Chi sono i franchi tiratori, anche detti i “cecchini” parlamentari?
La locuzione “franco tiratore” è associata, ormai da decenni, al gergo politico e indica un parlamentare che, in votazione segreta, ribalta il voto concordato o imposto dal proprio partito. Un bluff a tutti gli effetti, che attacca, però, la propria fazione, per denunciare un dissenso o un malcontento, rimanendo nell’ombra dell’anonimato.
Le origini nel contesto bellico
L’espressione “franco tiratore” appartiene al lessico militare. È un calco francese, da franc-tireur e sembra che si parlò di loro negli anni della Rivoluzione francese, in riferimento a singole persone o piccoli gruppi che combattevano una guerriglia autonoma, senza sottostare agli ordini di alcun esercito regolare. “Franc” nel senso di “libero” dagli ordini: si trattava di combattenti a cui era concessa una notevole libertà di azione e iniziativa e venivano utilizzati anche all’interno degli eserciti, con il solo scopo comune di ostacolare il nemico e/o arrecargli dei danni. La locuzione è rintracciabile in italiano dal 1879, nei resoconti giornalistici della guerra franco-prussiana.
I “cecchini parlamentari”
Dagli anni Cinquanta, l’espressione ha cambiato contesto e anche significato. Se in guerra, il franco tiratore era colui che, con modalità più libere e autonome, collaborava allo scopo comune di sconfiggere il nemico; ora, nel contesto politico, il franco tiratore è un traditore. È colui che finge di operare contro la fazione politica opposta, ma poi votare in opposizione al proprio partito. Dunque, nel significato moderno, la situazione si ribalta: il franco tiratore approfitta del voto anonimo per andare contro le indicazioni del gruppo parlamentare a cui appartiene, dando, di fatto, un vantaggio alla fazione opposta. Sono anche detti fenomeni di “imboscata” parlamentare. Nel suo “Dizionario politico e parlamentare” (1977), Gino Pallotta descrive il franco-tiratore come una figura in cui “c’è, riflessa, l’immagine del cecchino: che, nascosto, tira all’improvviso”.
I casi di “imboscate” parlamentari in Italia
Il voto contrario dei franchi tiratori è sempre stato temuto nell’alternarsi dei vari governi della Repubblica. Sebbene dopo la riforma dei regolamenti (1988) il voto segreto sia diventato più raro – proprio per l’imprevedibilità dell’esito e il caos politico che ne poteva conseguire, gli incidenti di questo tipo non mancano e non smettono di suscitare sorpresa e clamore. L’ultimo è proprio di ieri, martedì 14 luglio, ai danni del governo di Giorgia Meloni. Il voto imprevedibile e inatteso di circa 30 franchi tiratori ha messo k.o. la maggioranza di destra, con la bocciatura, per solo un voto, dell’emendamento alla legge elettorale, che prevedeva insieme al capolista bloccato, la possibilità di barrare fino a tre preferenze della stessa lista. Il caso ha destato clamore e scompiglio, con l’opposizione che ha richiesto a gran voce le dimissioni di una premier che sembra non avere più l’appoggio della maggioranza.
In passato, casi simili hanno animato e scompigliato la politica italiana. La corsa al Quirinale è sempre stato il terreno più frequentato dai franchi tiratori. Celebre è il caso del 1964, quando Aldo Moro riuscì ad impedire il passaggio a Giovanni Leone. Voci raccontano che fu Moro a suggerire a Carlo Donet Cattin l’imboscata, attraverso i”mezzi tecnici”: “il veleno, il pugnale e i franchi tiratori”. Uno dei ribaltamenti più celebri degli ultimi anni fu, sicuramente, quello ai danni di Romano Prodi, candidato alla presidenza della Repubblica: 101 deputati e senatori gli impedirono l’elezione. Inoltre, fino al 1988, i regolamenti parlamentari prevedevano che lo scrutinio segreto fosse la norma per quasi la totalità delle votazioni di legge. Per la mano dei franchi tiratori, due governi caddero: nel 1980, Cossiga rassegnò le sue dimissioni dopo un solo voto di scarto a sfavore del decreto economico da lui propugnato; Spadolini cadde, due anni dopo, su un decreto-legge sul settore petrolifero.




