Il fallimento della Ctp travolge de Magistris: contestati 23 milioni di danno erariale a una stagione politica sotto accusa
Per anni Luigi de Magistris ha costruito la propria immagine politica sull’idea di una Napoli “ribelle”, autonoma rispetto ai partiti tradizionali e pronta a difendere i servizi pubblici anche contro i vincoli della finanza e della burocrazia. Oggi, però, una parte di quella stagione amministrativa torna sotto i riflettori della magistratura contabile. E il simbolo più evidente è la vicenda della Ctp, la storica compagnia dei trasporti pubblici dell’area metropolitana napoletana, finita al centro di un’inchiesta per un presunto danno erariale da oltre 23 milioni di euro.
L’ex sindaco di Napoli e della Città Metropolitana è infatti tra gli otto destinatari degli inviti a dedurre notificati dalla Procura regionale della Corte dei Conti della Campania. Un passaggio tecnico, ma pesantissimo sul piano politico, che riguarda le ricapitalizzazioni effettuate tra il 2017 e il 2019 nel tentativo di tenere in vita un’azienda ormai schiacciata dai debiti e destinata, pochi anni dopo, al fallimento.
La domanda che aleggia dietro l’inchiesta è tanto semplice quanto devastante: quelle immissioni di denaro pubblico furono un doveroso tentativo di salvare il trasporto locale oppure un accanimento amministrativo su una società già senza prospettive?
Secondo i magistrati contabili, la Città Metropolitana avrebbe continuato a finanziare la Ctp nonostante i segnali di dissesto fossero ormai evidenti. Nel mirino ci sono due operazioni in particolare: una ricapitalizzazione da circa 12,5 milioni nel 2017 e un’altra da oltre 11 milioni nel 2019. Per la Procura, mancavano le condizioni economiche e industriali per giustificare nuovi interventi pubblici. In sostanza, si sarebbe continuato a versare denaro in una struttura destinata comunque a crollare.
È un’accusa che colpisce al cuore uno dei pilastri politici dell’esperienza de Magistris: la difesa delle aziende pubbliche e l’opposizione a ogni ipotesi di privatizzazione. Durante i suoi anni a Palazzo San Giacomo, l’ex magistrato ha sempre sostenuto che i servizi essenziali dovessero restare sotto controllo pubblico, anche a costo di sfidare equilibri finanziari fragili. Una linea che gli ha garantito consenso in ampi settori della sinistra cittadina, ma che oggi viene riletta alla luce dei conti disastrati di molte partecipate.
De Magistris respinge le accuse e rivendica quelle scelte. La sua difesa è tutta politica prima ancora che giuridica: “Dovevo far fallire un’azienda pubblica?”, ha dichiarato nelle ultime ore. L’ex sindaco sostiene di avere agito sulla base di pareri tecnici favorevoli e di aver tentato fino all’ultimo di salvare posti di lavoro e continuità del servizio. Secondo la sua versione, il piano di rilancio era concreto e sarebbe stato abbandonato soltanto dopo la fine del suo mandato.
Ma la vicenda Ctp va oltre la posizione personale dell’ex sindaco. È il riflesso di un problema strutturale che Napoli si trascina da decenni: quello delle partecipate pubbliche utilizzate come strumenti di gestione politica, spesso incapaci di reggersi economicamente senza continui interventi delle istituzioni. La Corte dei Conti dovrà ora stabilire se quei finanziamenti rappresentarono una scelta legittima, magari discutibile ma necessaria, oppure un uso improprio di risorse pubbliche.Intanto il caso riapre una ferita mai davvero chiusa nella politica napoletana. Perché la parabola della Ctp racconta molto più del fallimento di un’azienda: racconta il confine sottile tra difesa del pubblico e incapacità di riformarlo.




