Caso Almasri: l’informativa di Nordio e Piantedosi in Parlamento e l’assenza di Meloni
Mercoledì 5 febbraio, i ministri della Giustizia e dell’Interno, Carlo Nordio e Matteo Piantedosi, hanno riferito alla Camera e al Senato riguardo al caso di Almasri, il capo della polizia giudiziaria libica responsabile della gestione del centro di detenzione di Mitiga. Almasri era stato catturato il 19 gennaio scorso dalla Digos di Torino su ordine della Corte penale internazionale (CPI) per crimini contro l’umanità. Due giorni dopo, era stato rilasciato e rimpatriato con un volo di stato. La vicenda aveva suscitato da subito molto clamore, anche per il rifiuto iniziale del governo di fornire spiegazioni. L’informativa di Nordio e Piantedosi, prevista per mercoledì scorso, è stata annullata, infatti, in modo insolito dopo che è emersa un’indagine giudiziaria su due ministri, la presidente Giorgia Meloni e il sottosegretario Mantovano. L’informativa a Camera e Senato dei due ministri ha continuato a non soddisfare le opposizioni, contrariate anche per l’assenza della premier in Parlamento.
Nordio e Piantedosi riferiscono in aula
Giorgia Meloni non pervenuta in aula. A riferire in Parlamento ci sono Nordio e Piantedosi, iscritti insieme a lei dalla Procura di Roma nel registro degli indagati per il caso Almasri. Matteo Renzi (leader di Italia Viva) li definisce “il gatto e la volpe”, Fratoianni (leader di Avs) “due prestanome”. Vicino a loro siede un gruppo di ministri e sottosegretari. All’appello manca anche il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, e il ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, che si affaccia in Senato solo per l’informativa Nordio.
Il ministro della Giustizia parte all’attacco, contro le opposizione e, soprattutto, contro la Corte penale internazionale. “Non avete letto le carte e non sapete di cosa state parlando”, tuona contro le opposizioni. Il dito di Nordio è puntato, però, in gran parte verso l’Aia e i suoi giudici. Per il ministro della Giustizia italiano, il mandato di arresto del Tribunale penale internazionale sarebbe stato pieno di “gravi errori”, con “incomprensibili salti logici”. I giudici dell’Aia sarebbe responsabili di “un pasticcio frettoloso”, per il quale Nordio si dice determinato a chiedere chiarimenti. Tuttavia, non manca l’attacco ai giudici italiani, rei di essere “intervenuti in modo sciatto, senza aver letto le carte”. Il ministro della Giustizia rivendica poi: “Il ruolo del ministro non è solo di transito e di passacarte, è un ruolo politico”: Nordio afferma davanti all’aula che rumoreggia di avere “il potere e il dovere di interloquire con altri organi dello Stato sui dettagli e sulla coerenza delle conclusioni della Corte”.
Piantedosi parte ricostruendo gli spostamenti del generale libico accusato dalla Corte dell’Aia di crimini di guerra e contro l’umanità, passando per l’iter decisionale che ha portato, poi, al suo imbarco su un volo di Stato per tripoli. Il ministro dell’Interno ha spiegato che «l’espulsione di Almasri è da inquadrare (per il profilo di pericolosità che presentava il soggetto in questione) nelle esigenze di salvaguardia della sicurezza dello Stato e della tutela dell’ordine pubblico, che il Governo pone sempre al centro della sua azione, unitamente alla difesa dell’interesse nazionale che è ciò a cui lo Stato deve sempre attenersi nell’obiettivo di evitare, in ogni modo, un danno al Paese e ai suoi cittadini». Il ministro smentisce poi che il governo abbia subito “alcuna forma di pressione indebita”, ribadendo che la misura è stata adottata per garantire la sicurezza e prevenire rischi per la collettività.
L’urlo delle opposizioni: “Meloni dove sei?”
A questo punto, parte lo scambio con l’aula, scaldata inizialmente dalle accuse del coordinatore di FdI, Giovanni Donzelli, alle opposizioni. Rinfaccia, infatti, a Pd e M5S della ferma del memorandum con la Libia con il governo Gentiloni e del suo rinnovo con il secondo governo Conte: “All’epoca non vi preoccupavano i diritti umani?”. A seguire, la segretaria del Pd, Elly Schlein che accusa Nordio di aver parlato da “avvocato difensore di un torturatore” e di non conoscere bene la legge: “il ministro non deve valutare gli atti della Corte penale internazionale, ma solo trasmetterli”. Schlein attacca poi duramente Giorgia Meloni per la sua assenza in aula. “Meloni ha mandato i suoi amici ministri in aula. Un atteggiamento da presidente del coniglio, più che di un presidente del Consiglio”, sentenzia Schlein, con i deputati del Pd che sollevano intorno a lei cartelli pieni di conigli e scritte “Meloni dove sei?” e “Meloni la patriota in fuga”. A Schlein fa eco il discorso di Giuseppe Conte, presidente del M5S, che accusa Meloni di “viltà istituzionale”: se non è venuta in Parlamento, allora “non deve più parlare sui social di questa vicenda”.




