Una giornata di ‘ndrangheta

Una giornata di ‘ndrangheta

Tra Genova e Reggio Calabria oltre 40 arresti per affiliati alle cosche e politici. Nel cosentino fermato Francesco Muto, il “re del pesce” che «controllava anche il respiro». Tutto di una giornata di ‘ndrangheta, dal macro al micro.

Millesettecento chilometri uniti da una sola parola: ‘ndrangheta. La rete delle cosche partiva dalla Piana di Gioia Tauro fino in Liguria, dove venivano controllati l’economia locale e gli appalti per la costruzione del Terzo Valico, opera ferroviaria da 6,2 miliardi attualmente in costruzione. Il radicamento sulla costa ligure e nel Nord Italia fruttava alle cosche miliardi e avveniva grazie alla collusione con la politica e l’amministrazione locale che favoriva l’infiltrazione dei clan Gullace-Raso-Albanese e Parrello-Gagliostro nel territorio.

La maxi operazione – L’inchiesta ha sgominato la decennale infiltrazione dei clan ‘ndranghetisti oltre i confini calabresi ed è stata svolta dai centri Dia di Reggio Calabria e Genova sotto coordinamento dello Sco di Roma. I due filoni dell’inchiesta hanno portato all’arresto di oltre 40 membri affiliati o vicini ai clan della Piana di Gioia Tauro attivi anche in Liguria, Piemonte e Lazio. Sotto sequestro sono finiti beni mobili, immobili, depositi bancari di numerose società riconducibili alle consorterie mafiose per un valore complessivo stimabile in circa 40 milioni di euro.Gli interessi delle cosche vertevano sulla gestione dell’economia locale e della linea ad alta velocità Genova-Milano, il cosiddetto “Terzo Valico”, un’opera faraonica da 6,2 miliardi attualmente in fase di realizzazione. Gli interessi erano così importanti che l’organizzazione arrivò a sovvenzionare, secondo le indagini Dda, i comitati per il “Sì Tav”.

Il cantiere del Terzo Valico nel 2015. Fonte: Ansa
Il cantiere del Terzo Valico nel 2015. Fonte: Ansa

«Siamo di fronte a una nuova operazione – spiega Federico Cafiero de Raho, procuratore capo della Dda – che dimostra come la ‘ndrangheta abbia ormai ramificazioni stabili sul territorio nazionale. Non è solo criminalità spiccia. Dall’indagine sono emersi gli interessi dei clan in decine di imprese, attive non solo nel classico settore del movimento terra, ma anche in quelli ad alta tecnologia e specializzazione, come quello della produzione delle lampade a led. Sul versante del Terzo Valico il procuratore dichiara come «ci siano importanti riscontri che dimostrano come i clan fossero attivi sul fronte del Sì Tav». Stando alle indagini, i comitati a favore della grande opera pubblica sono stati sovvenzionati dalle cosche, interessate ai cantieri che sarebbero nati anche in Liguria. Tutte queste attività venivano coordinate dalla Calabria, rimasta casa madre delle cosche, dove avveniva la corruzione di funzionari locali dell’Agenzia delle Entrate e della Commissione Tributaria.

Il ruolo della politica – Sotto indagine sono finiti anche rappresentati della politica locale e nazionale come il senatore ex Ncd Antonio Caridi, raggiunto da nuove accuse dopo essere già stato implicato nella recente operazione “Mammasantissima” che faceva luce sulla cupola massonico-mafiosa che controllava la ‘ndrangheta. Stando alle dichiarazioni del giudice per le indagini preliminari, in quel caso Caridi svolgeva un ruolo di «dirigente ed organizzatore della componente “riservata” della ‘ndrangheta», motivo per far muovere ai magistrati reggini la richiesta di arresto alla Camera di appartenenza. Con le nuove accuse del filone ligure-calabrese il gip ha confermato le richieste della Procura di Reggio Calabria per il senatore, dato che «Caridi è uno strumento della direzione strategica della ‘ndrangheta, che unitariamente sa che deve rivolgersi a lui in caso di bisogno. E in cambio sa che deve fornire appoggio alle elezioni».

Antonio Caridi, ex Ncd e Pdl, è il senatore coinvolto nel filone ligure-calabrese
Antonio Caridi, ex Ncd e Pdl, è il senatore coinvolto nel filone ligure-calabrese e nell’operazione “Mammasantissima”

La poltrona di Caridi scotta anche per il tornaconto politica che aveva nei confronti delle cosche: «Nel caso delle regionali del 2010 – il procuratore aggiunto della Dda di Reggio Calabria, Gaetano Paci – gli uomini del clan hanno usato metodi da manuale dello scambio elettorale politico mafioso, arrivando a minacciare di licenziamento i dipendenti delle loro imprese se, insieme alle loro famiglie, non avessero votato Caridi. E lui lo sapeva». Oltre a Caridi sono implicati anche il parlamentare Giuseppe Galati, la cui istanza non è stata accolta dal gip. Stando alle indagini dei pm, il parlamentare sarebbe stato unto da Girolamo Raso per lo sblocco di alcuni lavori edili nella zona del Parco Naturale Decima Malafede, a Roma. Nei rapporti tra Raso e Galati ci sarebbero state anche richieste di aiuto per la gestione di appalti nei trasporti e nello smaltimento dei rifiuti della Capitale. E qui entra in gioco Caridi. Che avrebbe incontrato due volte Galati e Raso per parlare di affari, ma non c’è prova che ci sia stato un utilità concreta: perciò il gip ha bocciato la richiesta di arresto per Galati.

Giuseppe Galati è un parlamentare Pd coinvolto nelle indagini
Giuseppe Galati è un parlamentare Pd coinvolto nel filone romano delle indagini. Per lui, il gip non ha confermato l’arresto per mancanza di prove

Pur non essendo indagato né arrestato, anche Francesco D’Agostino del Pd, attuale vice-presidente del Consiglio della Calabria, ha subito nell’ambito dell’inchiesta la perquisizione della sua abitazione e del suo ufficio dagli uomini della Dia. D’Agostino è stato eletto con oltre 7’900 voti nella lista civica “Oliviero presidente” alle scorse regionali del 2014: secondo gli inquirenti della Dda l’uomo «è una delle pedine di cui si servivano i clan per compiere i loro affari» e insieme a imprenditori e prestanome non si sono creati nessun problema a lavorare con gli ‘ndranghetisti.

Micro-Macro, dal Brasile a Cosenza – Gli affari dei clan della Piana di Gioia Tauro comprendevano anche attività all’estero. Costa Azzurra, Isole Canarie e Brasile: vere e proprie miniere per ottenere denaro apparentemente pulito. Su questi territori i clan controllavano agriturismi e il traffico di prodotti alimentari contraffatti, ottenendo ingenti profitti e creando contatti con le aziende del Nord Italia. La rete era talmente fitta e ben costruita che le cosche riuscivano a lavorare con le proprie imprese in subappalto anche per “Poste Italiane S.p.a.” e “Alleanza Assicurazioni S.p.a.”. Tuttavia la ‘ndrangheta rimane strettamente ancorata anche alla propria regione di origine. In parallelo alle indagini sul filone ligure-calabrese si è svolta infatti l’operazione “Frontiera”, che ha portato all’arresto di Francesco Muto di Cetraro, da 30 anni a capo del controllo mafioso nell’alto tirreno cosentino. Il boss è stato arrestato all’alba dai carabinieri del Roso e del comando provinciale di Cosenza in collaborazione anche con i centri di Salerno, un’operazione imponente che ha portato al dispiegamento di oltre 400 uomini. Noto anche come il “re del pesce”, l’uomo controllava i traffici illegale e il commercio ittico del territorio; il suo arresto parte dalle indagini sull’omicidio di Angelo Vassallo, il “sindaco pescatore” di Pollica, nel Cilento, anche se «non ci sono indagati o arrestati in questa indagine riconducibili all’assassinio di Vassallo» come dichiarato da Giuseppe Governale, comandante del Ros. In totale sono 58 le ordinanze di custodia cautelare emesse dalla Dda di Catanzaro, le accuse sono: associazione di stampo mafioso, estorsione, rapina e traffico di sostanze stupefacenti. Alle sbarre anche Luigi e Mary, figli del boss Muto, e Maurizio Rango, esponente di spicco delle cosche cosentino e uno tra i diversi pregiudicati coinvolti nell’inchiesta. L’indagine ha portato alla confisca di beni e immobili sparsi in tutta la provincia per un valore di oltre 7 milioni di euro.

Nato sotto il segno dei pesci – L’uomo al centro dell’operazione “Frontiera” è Francesco Muto. Nato nel 1940, Muto è stato già condannato in via definitiva per associazione mafiosa essendo al vertice di una sanguinosa cosca che controllava tutta la costa tirrenica cosentina fino al Cilento. Gli affari di Muto si concentravano sulle aree a forte impatto turistico, controllando traffici illeciti e legali come l’economia ittica del territorio. Muto pensava proprio a tutto e il turismo era una delle sue fonti di profitto: controllava la pesca, la vendita al dettaglio e i servizi di lavanderia e intrattenimento per le strutture alberghiere della zona. L’attività nel settore ittico e turistico del clan Muto correva in parallelo con il controllo del traffico di droga nel territorio. Stando alle indagini, le zone-teatro degli arresti attraggono migliaia di turisti ogni anno, aree strategiche come Diamante, Praia e Scalea che il boss provvedeva a rifornire di hashish, cocaina e marijuana. Nicola Gratteri, procuratore capo di Catanzaro, ha affermato come «siano stati colpiti i vertici di una delle famiglie più importanti della ‘ndrangheta.

Francesco Muto, il "re del pesce"
Francesco Muto, il “re del pesce”

La famiglia Muto di Cetraro – continua – controllava anche il pescato di tutte le imbarcazioni che operavano sulla costa cosentina. Ordinavano a tutti i pescatori che tipologia di pesce volevano, se non era quello imponevano di buttarlo in mare. Un particolare che testimonia la spietatezza della ‘ndrangheta, che arriva a vessare dei poveri pescatori. Controllavano questo pescato che rivendevano alla grande distribuzione e a tutti i ristoratori della fascia tirrenica cosentina. Andavano dagli amministratori dei grandi supermercati e imponevano la gestione della pescheria, pena severe ritorsioni». Per mantenere in piedi il controllo del mercato ittico, l’organizzazione puntava anche sull’utilizzo di “forze esterne” radicate in maggioranza nel salernitano: «A Sala Consilina – spiega il pm Vincenzo Luberto – hanno fatto saltare in aria un supermercato il giorno dell’inaugurazione. La Conad è stata molto vessata dal clan. A Cetraro il Comune ha costruito, ma mai attivato, l’asta del pesce, che libererebbe il mercato».

30 anni di collusione – «La cosca Muto si muoveva come una multinazionale, diversificava le proprie attività e gli interessi economici per avere il controllo assoluto del territorio, controllava quasi il respiro in questo territorio – ha dichiarato Gratteri – Pensiamo di aver colpito i vertici della ‘ndrangheta su quel territorio» ha detto il procuratore. Un territorio, quello scenario delle indagini, in cui i cittadini hanno convissuto con questa storia criminale per oltre trent’anni: «Se la gente vuole – afferma Gratteri – adesso può alzare un muro per non far arrivare quelli della terza fila a chiedere mazzette. Noi siamo disponibili ad ascoltare chi vuole denunciare. Pensiamo di meritare la fiducia della gente. E tanti già si fidano».

Nicola Gratteri è procuratore di Catanzaro dal 21 aprile scorso
Nicola Gratteri è procuratore di Catanzaro dal 21 aprile scorso

Oltre a Muto e ai membri della cosca, tra gli indagati compaiono anche amministratori giudiziari, che permettevano ai clan il continuum nella gestione dei beni confiscati: Per questi amministratori giudiziari, definiti dal procuratore come «infedeli e asserviti» sono state chieste misure non accolte: «faremo appello perché queste persone devono andare in carcere – spiega Gratteri – Ne vale credibilità dello Stato, non è possibile che beni sequestrati alla mafia continuino a essere nella disponibilità dei mafiosi. Una cosa è certa: queste persone non lavoreranno più con noi. E forse neanche con altri» conclude Gratteri. Le indagini nate dall’operazione “Frontiera” mettono in luce l’attività trentennale della ‘ndrangheta nel territorio cosentino. Durante la conferenza stampa, il gip Gioia ha ripercorso i momenti salienti della cosca Muto e le prime sentenze emesse contro il clan già a partire dal 1992. «Questa indagine consegna qualcosa di inquietante – spiega Gioia – quelle pagine descrivono una situazione identica a quella attuale. Nonostante le condanne e le confische dei beni, tutto continuava a essere gestito da loro».

 

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