Renzi rose e fiori

Renzi rose e fiori

Se vuoi incontrare Renzi, inaugura qualcosa. Questa frase che somiglia molto a un’equazione matematica, potrebbe entrare di diritto nelle raccolte di massime e aforismi che aiutano a trovare un senso a quello che ci accade attorno. Tanto per rinforzare il valore della suddetta formula, il nostro presidente del consiglio, sempre pronto a tagliare nastri ma restìo a presentarsi laddove si ravvisi presenza di gufi nefasti, nelle scorse ore ha inaugurato (così ha scritto) “il ponte sotto lo stretto”. Trattasi in sostanza di «un mega cavo elettrico, realizzato da Terna, che farà risparmiare all’Italia circa 600 milioni di euro all’anno e 700.000 tonnellate di Co2 all’anno». L’opera, presentata in pompa magna come realizzazione «che presenta caratteristiche record a livello mondiale», rappresenterebbe «un simbolo delle potenzialità tecniche dell’Italia e del sud». Sebbene siano alquanto stucchevoli, l’enfasi e il tono trionfale sono elementi alla base dell’oratoria di molti politici e a ben vedere, se ci sarà davvero un risparmio (per adesso si tratta solo di stime, come precisato qui) saremo tutti più contenti.

Dunque tutto bene? non esattamente. Se da un lato è positivo che si propongano investimenti e innovazione, «dalla Salerno-Reggio Calabria fino alla 106», dall’altro il capo del governo insiste su progetti che allo stato attuale l’Italia non può permettersi di realizzare, sia per carenze di fondi che per una questione di priorità: la banda larga e il ponte sullo stretto. Per quanto riguarda la banda larga l’obiettivo generale è quello di garantire praticamente ovunque una linea Internet superveloce, in cui far scorrere migliaia di dati in tempi brevissimi: una bella innovazione ma certamente non prioritaria in questo particolare momento storico, in cui un giorno si esalta l’aumento di produzione industriale – ecco l’Italia che riparte – e qualche tempo dopo (a volte è solo questione di ore) si lamenta il calo di ordinativi – gufi della malora, datemi tregua! – mentre la disoccupazione e un vergognoso debito pubblico restano lì, imperanti, a ricordare che non son tutte rose e fiori. 

Lo stesso dicasi per il ponte sullo stretto, di cui ho già parlato tempo fa e per il quale ribadisco in questa sede tutte le mie riserve. Sostenere infatti – come ha fatto Renzi – che detto ponte «darà un futuro più agevole» a Palermo e Milano, che potranno così ‘avvicinarsi’ grazie all’alta velocità, sembra più un’iperbole che una reale presa di coscienza delle effettive necessità del Paese. A questo proposito, tanto per fare un esempio riguardante la Sicilia, è sufficiente andare sul sito di Trenitalia per verificare i tempi di percorrenza odierni sulla tratta Palermo – Catania (circa 240km). Salvo ritardi, il treno impiega mediamente dalle 3 alle 5 ore e mezza, motivo per cui molti siciliani preferiscono ancora l’autobus per spostarsi in regione, come rilevato tra l’altro anni fa anche dalle Iene, che testarono in prima persona le condizioni delle ferrovie sicule.

Insomma, spendere soldi per costruire una linea ad alta velocità (ed erigere un ponte fantascientifico) quando è ancora necessaria quasi mezza giornata per percorrere 500 km (una via Crucis per un ipotetico pendolare) sembra un qualcosa di fuori luogo e decisamente lontano dalle reali problematiche che affliggono indistintamente l’Italia, su tutte la disoccupazione, i disservizi, la stagnazione economica (concetto ribadito di recente da Confindustria), il degrado, lo sperpero di denaro pubblico e la sostanziale incapacità di organizzare l’accoglienza ordinata dei migranti, quest’ultima sottolineata dalla fresca richiesta da parte europea di allestire centri adeguati e approntare procedure certe per l’identificazione di chi arriva nel nostro Paese (elemento questo che la dice lunga, anche in considerazione dei migranti che una volta sbarcati ‘spariscono’ nel nulla). Renzi sostiene che sul futuro ponte possa nascondersi una questione di tipo ideologico ma dopo tutti i milioni di euro spesi in progetti e consulenze varie, appigliarsi a una mera questione di colore politico riduce la discussione a una chiacchiera da rinfresco post inaugurazione, uno scenario in cui Renzi pare essere a suo agio ma davvero poco adatto se l’obiettivo è quello di risollevare il Paese partendo dalle fondamenta.

Non è tutto. In una recente intervista televisiva, il presidente del consiglio ha dichiarato che l’esecutivo è al lavoro per portare aiuto e sostegno alle famiglie in difficoltà. “Finalmente” penserà qualcuno, il punto è che questo avverrà – se avverrà – a partire dal 2017. Ora, stando alla perentoria presa di posizione circa il referendum costituzionale di ottobre “se perdo vado a casa”, la recente dichiarazione sul sostegno ai meno abbienti si configura come una di quelle clausole microscopiche presenti in certi contratti che rende il sì al prossimo referendum una conditio sine qua non per ottenere qualche briciola dalla tovaglia del governo. Prima di arrivare al voto, però, il presidente del consiglio potrebbe procedere – come aveva dichiarato nel maggio 2014 a Porta a Porta – con il taglio delle accise sul carburante: un tipo d’imposta sgradevole che grava sul portafoglio di milioni di cittadini, stanchi – anche in questo caso – di continuare a versare le proprie risorse guadagnate – spesso con fatica – in un pozzo senza fondo. Certamente “razionalizzare, cioè andare a pulire” (così disse Renzi) le accise dal costo del carburante non risolverebbe granché in termini di occupazione ma il governo darebbe un segnale di coerenza e di reale interesse verso le istanze di coloro che oggi chiedono condizioni di vita migliori e meno pressione fiscale.

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