Dalla Google car all’Italia

Dalla Google car all’Italia

Google Chauffeur

A capo dei lavori per l’innovativa Google car c’è l’ingegnere Sebastian Thrun, direttore dell’Artificial Intelligence Laboratory dell’Università di Stanford, in California. L’originale software prende il nome di Google chauffeur, che ben descrive la funzionalità dell’autovettura nonché l’obiettivo di Google. La società più capitalizzata al mondo, infatti, ha in mente di rivoluzionare l’idea stessa dell’automobile. La Google car è automatica, non ha bisogno di essere guidata, ti porta dove desideri e ti viene a prendere quando più ne hai bisogno. La rivoluzione è nel passare dal guidare una autovettura di proprietà al godere di un servizio di mobilità, utilizzando il tempo del viaggio per altri scopi: guardare un film, lavorare, giocare ecc.

La rivoluzione dell’ICT

A partire dagli anni ’90, il mondo ha assistito a una nuova rivoluzione industriale, quella che va sotto il nome di Information and Communications Technology (ICT), ovvero l’insieme dei metodi e delle tecnologie che permettono la trasmissione, ricezione ed elaborazione di informazioni. Una delle conseguenze della rivoluzione è che al centro dell’industria, e vera fonte di business, non è più il prodotto – automobile – bensì l’offerta del servizio – la mobilità. Questa rivoluzione, insieme alla progressiva globalizzazione, che permette di spostare componenti ad alta intensità di lavoro negli Stati dove i salari sono più bassi, hanno condotto alla crisi della tradizionale industria manifatturiera. Un Paese come l’Italia, le cui fila economiche erano mosse proprio da questo tipo di grande industria, sente profondamente l’impatto di una così grande trasformazione. Come accaduto per l’ingresso dell’elettricità, anche questa rivoluzione verrà pian piano incorporata nel processo economico, sebbene ciò richiederà tempo e intelligenza.

Dove va l’Italia?

In Italia, a rispondere meglio alla rivoluzione sono state alcune medie imprese che hanno sviluppato quella che i teorici chiamano una manifattura intelligente. Si tratta delle imprese che hanno investito su competenze specifiche, sullo sviluppo del capitale umano in termini di conoscenza soprattutto tecnologica, sulla flessibilità operativa; così da offrire nello stesso tempo prodotti e servizi.

Un caso esemplare in Italia è l’azienda Tommasini, che a Grosseto produce biciclette da corsa sin dal dopo Guerra. La competenza artigianale e l’esperienza sono qui costantemente unite alla ricerca tecnologica e allo sviluppo delle competenze. La scelta di specializzarsi nelle biciclette da corsa, unita alla qualità sempre alta dei materiali hanno reso Tommasini “un’azienda che guarda al futuro”, come recita la mission del sito.

Un altro esempio è rappresentato nelle Marche dall’impresa Loccioni. L’obiettivo di Enrico Loccioni era quello di dar vita a un nuovo modello imprenditoriale, che integrasse idee, persone e tecnologie. L’impresa, che definisce se stessa “sartoria tecnologica”, si fonda sulla conoscenza incrementale da parte dei ricercatori che la compongono. Ai clienti, ciascuno leader nel proprio settore di competenza, vengono offerti dei servizi su misura. Sia che si tratti di energia, ambiente, industria ecc. l’impresa Loccioni offre il servizio – in termini di formazione, miglioramento tecnologico ecc. – che meglio risponde alle esigenze del cliente nel proprio business.

«L’impresa della conoscenza – recita il sito dell’azienda – sviluppa progetti piuttosto che prodotti e favorisce l’assunzione di responsabilità, l’autonomia, l’intraprendenza, il lavoro in squadra. Diffonde conoscenza internamente e verso l’esterno ed investe in formazione, perché le persone sono il suo patrimonio più importante».

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