Suicidi e repressione. È così che il carcere fa ancora morire

Suicidi e repressione. È così che il carcere fa ancora morire
Fonte immagine: Il Riformista. Editing: g2r

È di ieri il rapporto di Antigone che fa luce sull’attuale situazione carceraria tra suicidi, contagi per il covid-19 e sovraffollamento.

Per quanto riguarda il primo punto, soltanto da gennaio al 1 agosto 2020, le persone detenute che si sono tolte la vita sono 34, di cui il 20 per cento giovanissimi. Tra questi gli ultimi due recenti casi, avvenuti nelle scorse settimane.

«Un problema serio a cui vanno date risposte diverse rispetto al passato. Per i soggetti con problemi psichici e psichiatrici il carcere non basta, devono essere individuate forme d’intervento che vadano oltre la semplice restrizione nell’istituto penitenziario», così Andrea Nobili, garante dei diritti delle persone private della libertà della Regione Marche, ha commentato il suicidio di un ragazzo 22enne con problemi psichiatrici, detenuto nel carcere di Fermo.

Prima di lui, Jhonny Cirillo, rapper 23enne si è tolto la vita nel carcere di Fuorni. Samuele Ciambriello, garante dei detenuti della Regione Campania, ha fatto sapere che il giovane richiedeva da tempo il trasferimento in una struttura sanitaria per il trattamento di patologie psichiche.

Qual è l’utilità di queste osservazioni a posteriori? Qualsiasi fenomeno e luogo sociale è stato oggetto di ripensamento ed evoluzione nel corso della storia, il carcere no: la sua essenza è rimasta inalterata di fronte agli stravolgimenti culturali e alle rivoluzioni sociali. Il carcere non ha bisogno di subire trasformazioni perché risponde alla fondamentale esigenza umana della vendetta. Il cordoglio è inutile.

Poco tempo prima, nel carcere di Bassone, a togliersi la vita è stato un ragazzo ventenne di origini marocchine. Sempre nella stessa struttura detentiva qualche mese prima un altro detenuto di 33 anni si è impiccato e altri due detenuti hanno provato a farlo.

Dal rapporto di Antigone si evince che nel 2019 all’interno delle carceri italiane le persone detenute si sono tolte la vita 13,5 volte in più rispetto all’estero (53 suicidi negli istituti penitenziari italiani).

«Ogni storia di suicidio è una storia di disperazione individuale. Ogni storia di suicidio non va risolta con il capro espiatorio, cioè prendersela con chi 10 minuti prima non ha fatto l’ultimo controllo: il poliziotto di sezione quasi sempre non ha nessuna responsabilità. Non ci dobbiamo accanire con chi non ha impedito il suicidio ma con chi non ha tolto la voglia di suicidarsi, che è ben altra cosa», sottolinea Patrizio Gonnella, presidente dell’Associazione Antigone durante la presentazione del rapporto.

La reazione del Dap alle rivolte e ai suicidi

Comportamenti «antidoverosi». Punire perché in fondo va bene così: in questo modo le direttive del Dap, Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, rimangono perfettamente coerenti con gli slogan politici che richiamano sicurezza e controllo.

Di fronte alle rivolte avvenute nelle carceri durante le prime settimane di marzo e ai suicidi, il Dap risponde con una circolare riservata interna, il cui oggetto riporta “aggressioni al personale, linee di intervento”.

La circolare in questione, datata 23 luglio, è stata resa nota da Il Riformista e ha come scopo, in perfetto stile militaresco, la punizione di comportamenti «antidoverosi». Se pubblicamente si parla di reinserimento, nelle note interne è soltanto l’approvazione e l’incitamento alla repressione a prevalere.

Si incoraggia a dare una «dimostrazione fattiva della capacità reattiva» della polizia penitenziaria. I responsabili di eventuali nuovi disordini vanno sottoposti a misure disciplinari che arrivano fino alla sorveglianza particolare dell’ex articolo 14 bis.

Si legge: «non possiamo escludere vi sia stata una sottostima di aree di criticità (…) nell’emergere di comportamenti violenti ed antidoverosi», ma non si fa minimamente menzione alle motivazioni e tanto meno allo svolgimento di ciò che effettivamente è accaduto. «A fronte di episodi di aggressione indirizzati contro il personale, pronta ed efficace deve essere l’azione della polizia penitenziaria per la prevenzione di tali tipi di condotte». Quindi la repressione sarà la nuova prevenzione.

La vulnerabilità è una condizione umana che va riconosciuta

I suicidi durante l’estate sono quasi una costante in carcere. Si amplifica il distacco e l’isolamento diventa immediatamente solitudine. I mesi estivi, soprattutto agosto, sono i più odiati e sofferti dalle persone recluse.

L’aria densa del carcere modifica la capacità di respirare. È aria che pesa quella che bisogna incastrare nei polmoni, aria che mentre viene respirata già manca. È aria che scuce il tempo e lo dilata. Ma l’aria di un carcere in cui è appena morto qualcuno è diversa, ne ho avuto direttamente la prova quasi un anno fa dentro un reparto carcerario, dove poche ore prima una persona si era suicidata. Quella mattina tutto era diverso. Erano diversi i rumori: mancavano le voci e gli schiamazzi nei corridoi, mancava il brusio senza volto, quello delle persone chiuse nelle loro celle. I suoni che solitamente cercano di camuffare il rumore metallico e alienante dei cancelli erano spenti. Non c’erano. Ho capito il perché dell’insolita quiete appena varcato l’ingresso dell’aula universitaria: oltre agli ordinari imprevisti del carcere, la notte precedente una persona detenuta si era tolta la vita.

Una persona che non conoscevo, a cui non sapevo attribuire neanche un’espressione facciale, era morta lì, pochi metri lontano dall’aula in cui studenti universitari detenuti tentavano di concedersi un futuro.

In quello spazio senza confini il posto dove si muore è lo stesso del pasto, dei sogni, dello studio, delle fantasie. È uno spazio senza confini nel quale la morte, quando avviene, non può essere rinchiusa come un corpo in una stanza, esce e attecchisce su tutto ciò che trova. Non c’è abbastanza spazio in carcere per scansarsi dalla morte, bisogna sorbirla proprio negli stessi spazi in cui è concessa la socialità.

Vivere respirando l’aria della fine non rientra in alcun orizzonte rieducativo né di reinserimento sociale. Vivere respirando la fine convince di non avere nulla da perdere.

La vulnerabilità va riconosciuta come condizione umana, «nella speranza che in futuro si possano prendere in carico le storie, il disagio. Che il sistema si interroghi intorno alla sofferenza», come ha auspicato Patrizio Gonnella.

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