La senatrice Warren attacca Zuckerberg e il suo Facebook

La senatrice Warren attacca Zuckerberg e il suo Facebook

Una nuova consapevolezza degli utenti

Da tempo ormai i media hanno iniziato a parlare concretamente del ruolo dei social, dei dati prodotti dagli utenti e venduti ad altre aziende oppure del meccanismo di polarizzazione e di disinformazione innescato da Facebook. Oggi, quindi, è più facile capire cosa comporta la connessione totale: quali aspetti negativi e quali aspetti positivi sono indotti dall’utilizzo di piattaforme di social network. È più facile nel senso che un cittadino rispetto a 10 anni fa riesca a comprendere meglio cosa significa produrre dati; è un qualcosa che gli si presenta automaticamente sotto gli occhi, ogni volta che ritrova, ad esempio, un contenuto sponsorizzato coerente alle sue ricerche.

In generale si tende anche a diffondere la consapevolezza che, in base al suo meccanismo, Facebook crea delle camere dell’eco, nelle quali gli utenti non percepiscono nient’altro che la propria voce. Il re dei social network, dunque, crea dei problemi di varia natura. Ad esempio, rispetto alla privacy: l’UE si è impegnata abbastanza in questo senso. Rispetto all’informazione pubblica: diversi elementi hanno presentato l’ambiguità di Facebook, la facilità con cui si diffondono le fake news o la possibilità di influenzare le dinamiche politiche di uno stato: secondo uno studio divulgato dall’università di Oxford affermava che su 70 stati in cui fosse stata intrapresa una campagna di condizionamento politico, in 56 di questi sarebbe stato usato Facebook per influenzare il risultato elettorale..

Per tornare a 10 anni fa, più o meno i tempi in cui in Italia il social si stava diffondendo in massa, in pochi erano in grado di cogliere quali erano gli effetti che una piattaforma come Facebook. La sua potenza, ora. È evidente. Stefano Rodotà, sosteneva qualche anno fa in un’intervista su Repubblica che la questione della privacy e dell’influenza dei giganti del web era stata messa da parte per ragioni di mercato. 5 anni fa Rodotà affermava che qualcosa sarebbe cambiato prima o poi. Si sono susseguiti, infatti, scandali, come Cambridge Analityca, prese di posizioni come quelle degli Stati Europei e anche nella stessa America, che ha una concezione del diritto di privacy e di informazione diversa dalla nostra, si sta cambiando opinione.

Warren sfida Zuckerberg

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Questo preambolo è stato necessario per poter dire in seguito ad un ragionamento che Facebook e gli altri giganti del web sono una questione politica tanto grande quanto lo è la capacità di queste aziende di influenzare il dibattito pubblico e raccogliere informazioni sui cittadini nella duplice veste di elettori e consumatori. Facebook, infatti, se da un lato è giustificata per essere un’azienda commerciale, dall’altro ha scelto di esularsi da qualsiasi impegno morale relativamente all’informazione politica ma non potrà cavarsela così. Tempo fa comunicò che non aveva intenzione di farsi arbitro della verità e qualsiasi fake news diffusa da un profilo politico autorevole non sarebbe stata bannata.

L’attacco della senatrice Warren, per arrivare al nocciolo dell’articolo, non piomba, dunque, come un fulmine a ciel sereno. Anzi, sembra un attacco che è stato caricato molto, prima di essere sferrato. Questa carica è il dibattito che si è creato negli ultimi anni ed è stata riversata, in parte, dalla Warren direttamente a Zuckerberg, in un modo incredibilmente provocatorio.

Elizabeth Warren è una politica statunitense candidata alle primarie per il Partito Democratico in vista delle elezioni presidenziali del 2020. La Warren da tempo ha attacco i giganti della Silicon Valley. Ha fatto proprio della sua propaganda politica le questioni espresse nel paragrafo precedente e dibattute negli ultimi anni. In particolare, a generare la polemica scoppiata negli ultimi giorni sono stati due eventi: quello legato al rifiuto di Facebook di eliminare il video fake contro Joe Biden sponsorizzato dal comitato elettorale di Trump e le dichiarazioni diffuse da The Verge sull’antipatia espressa da Zuckerberg nei confronti della Warren.

La geniale reazione della Warren

La senatrice contesta nel primo caso il fatto che il social network permette ad un politico americano di mentire al proprio popolo. Nel video si accusava ingiustamente Biden di aver riscosso una tangente per lobbismo da una multinazionale ucraina. Il contenuto sul web ha ricevuto 5 milioni di views in pochissimo tempo. Sono chiari gli effetti che questa predisposizione di Facebook suscita, non facendo alcuna selezione di notizie e consentendo ad account seguiti e rispettati di diffondere notizie false. Nell’altro caso è chiaro che lei e Zuckerberg nell’ambito dell’informazione digitale hanno idee completamente diverse, che, allo stato attuale delle cose, sembrano non poter coesistere.

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La Warren ha accusato Facebook di essere una “macchina di disinformazione a fini di lucro”; ma ha scelto di non fermarsi soltanto alle parole e ai dati. Ha deciso di offrire una dimostrazione pratica di come la piattaforma di social network offra la possibilità di costruire semplicemente notizie false e diffonderle, anche, direttamente, da un profilo politico autorevole. Per fare ciò ha scelto di usare direttamente i propri mezzi. La senatrice ha creato un contenuto falso che coinvolgeva Zuckerberg in prima persona. Ha pensato di diffondere la notizia che Mark avesse dichiarato di appoggiare Donald Trump alle prossime elezioni. Il post è circolato e, probabilmente, è stato recepito come reale da una miriade di utenti.

Ora, aldilà della polemica che diventa sempre più aspra, tra la Warren e Zuckerberg, certamente il dibattito attorno al monopolio dei dati e alla mercificazione dell’informazione pubblica imposto da Facebook dovrebbe essere sull’agenda dei prossimi politici americani e non solo. La straordinaria democraticità informazionale del mezzo può essere trasformata in un canale rigidamente controllato dalle logiche del profitto. Probabilmente è già avvenuto ciò, per questo è importante intervenire.

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