La Russia spende miliardi per creare le fake news occidentali

La Russia spende miliardi per creare le fake news occidentali

Come sappiamo ormai tutti le fake news hanno, in un certo senso, dettato il ritmo dell’attualità dello scorso anno, specialmente da noi, dove si sono tenute le elezioni nazionali. In America, infatti, erano state al centro dell’attenzione mediatica maggiormente nel 2016, quando dalle urne uscì vincitore Donald Trump. Anche allora si parlò di fake news come strumenti in grado di pilotare il consenso di un paese grande come l’America e trapelarono persino rumors relativi ad un’intromissione russa nei confronti dell’informazione falsa americana al fine di influenzarne l’andamento delle elezioni.

Elezioni USA 2016: l’inizio dell’ondata russa

Il caso americano in realtà ha fatto scuola, o almeno ha dato del materiale da studiare in ambito accademico e non solo. Basta infatti digitare su Google qualche parola chiave relativa alle elezioni del 2016 ed alle fake news per comprendere la portata di quanto è accaduto. Sono quasi certo di poter dire che già tra qualche anno nei libri di sociologia, scienze della comunicazione, politologia e molte altre discipline ci sarà un gran bel capitolo dedicato interamente a quanto accaduto negli USA. Innanzitutto i numeri, spaventosi.

fake news russia

Nel grafico è infatti possibile osservare come la prima bufala in termini quantitativi, in cui si annuncia che papa Francesco ha deciso di appoggiare esplicitamente Donald Trump, è arrivata ad un livello totale di engagement su Facebook di quasi un milioni di persone. Inoltre va ricordato che nel grafico qui riportato sono state riportate solamente le prime quattro, ma ce ne sono almeno 20 di più in cui quella che ha raggiunto il livello minore di coinvolgimento si è attestata comunque sui 400.000 utenti. Già da questo punto comunque possiamo facilmente osservare come la maggior parte delle notizie false siano tutte a favore di Trump, che poi è stato effettivamente eletto. Non a caso a favore di Trump, quindi a sfavore di Clinton, sono stati condivisi ben 30 milioni di articoli e post sul social network di Zuckerberg, mentre dall’altra parte solamente 7.6 milioni.

Altro elemento importante ed abbastanza sconcertante è il ruolo dei famosi troll russi nell’andamento dell’opinione pubblica americana. Ad esempio è emblematico a tal proposito il caso di Alice Donovan: giornalista freelance che ha iniziato a collaborare con diversi siti di informazione americani (CounterPunch, We are the change, Veterans Today,…)  occupandosi, inizialmente, neanche di questioni di politica interna o estera. Con l’avvicinarsi però della fase più calda della campagna elettorale la fantomatica giornalista ha iniziato ad assumere toni filorussi e sempre più aggressivi nei confronti del partito democratico americano, in particolar modo della sua candidata Hilary Clinton. Le sue vicinanze alla Russia però attirano l’attenzione dell’FBI che contatta i direttori dei siti con cui collabora per avere notizie su di lei, ma invano, perché non risponde alle mail e se lo fa non invia alcun documento personale, non accetta alcuna richiesta di contatto telefonico e quando aumenta l’insistenza delle richieste scompare nell’oblio smettendo di rispondere. In realtà non c’è molto di nuovo, secondo quanto riportato dal Washington Post che ha raccontato l’intera vicenda: dalla caduta del muro in Russia, accortisi di non avere ancora un esercito in grado di competere con quello del blocco atlantico, al fine di imporre la propria volontà hanno costruito un impero propagandistico, meno esplicito però di quello del regime totalitario che per un secolo si era distinto a livello mondiale, fra le altre cose, proprio per il controllo dell’informazione e dell’opinione pubblica. Non è un caso allora che nel 2005 viene lanciato RussiaToday, un canale televisivo che trasmette in spagnolo, inglese, francese e arabo, ma anche Sputnik, un’agenzia web che addirittura pubblica in ben 39 lingue. Chi porta i soldi necessari? Il Cremlino, ovviamente.

L’Italia due anni dopo: elezioni 2018

L’America non è stata la sola, però, ad esser vittima della cattiva informazione: l’Italia pure, nelle sue ultime elezioni, è stata protagonista di una campagna mediatica basata sull’inganno. In particolare, anche nel nostro caso, hanno influito le tendenze filorusse dei due partiti che ora formano il governo: Lega e Movimento 5 Stelle. Come per l’America, anche in questo ci troviamo di fronte ad un profilo quantomeno ambiguo che condivide notizie volte a creare ancora più confusione all’interno del panorama italiano. Dallo studio di Nate Silver ed alcuni accademici, che hanno analizzato 3 milioni di tweet, è emerso infatti che dietro a centinaia di profili sospetti probabilmente c’è proprio la Russia con i suoi ormai celebri troll. Noemi, più di 50.000 seguaci su Twitter, queste le credenziali dell’account che ha lanciato la notizia per la quale il figlio dell’ex Ministro del Lavoro Poletti è a capo di un giornale che riceve finanziamenti pubblici. Secondo la ricerca americana alle spalle dei tre milioni di tweet ci sono 3.000 account, gestiti da un’agenzia che ha sede proprio a San Pietroburgo. Nel loro complesso i contenuti condivisi andavano a destabilizzare l’opposizione di Lega e 5 Stelle, mentre all’estero ovviamente quella di Donald Trump.

Dalla questione dei migranti, ai parenti della Boldrini che praticamente erano diventati, ad un certo punto, padroni del mondo, se ne sono viste delle belle su Facebook, in particolar modo nel periodo appena precedente alle elezioni nazionali. Anche la Commissione Europea è arrivata alla conclusione che la Russia sia un vero e proprio problema concreto per la stabilità delle democrazie europee con le proprie “invasioni informatiche”, riconoscendola come la prima fonte di fake news che si riversano sui paesi dell’Europa occidentale: «Abbiamo visto tentativi di interferire in elezioni e referendum, con prove che indicano la Russia come fonte primaria di queste campagne. La disinformazione fa parte della dottrina militare russa e della sua strategia di dividere e indebolire l’Occidente. Dobbiamo essere uniti e mettere insieme le nostre forze per proteggere le nostre democrazie contro la disinformazione», queste le parole di Andrus Ansip, vicepresidente e commissario per il Mercato Unico Digitale, lo scorso dicembre.

Nel nostro paese, dunque, non siamo per niente liberi dall’informazione manipolata e falsa. I legami che esistono, anche se non sono bene le qualità e le quantità, o per lo meno quelle che possiamo definire simpatie politiche, tra il cremlino ed i nostri partiti di governo, possono portare a forme di supporto indiretto che viaggiano soprattutto attraverso la rete ed il mondo dell’informazione, ad oggi sempre più incontrollabile. Non ci è dato sapere se e quali siano i contatti tra il panorama politico italiano e quello russo, ma è anche vero che io non sono Batman, eppure non ci avete mai visti nella stessa stanza contemporaneamente.  Se in America infatti il legame sembra molto più solido, per quanto riguarda l’Italia dobbiamo parlare di un flirt, in quanto i tweet sospetti dell’Internet Research Agency russa sarebbero solamente 1500.

La fabbrica dei troll in Russia: il mistero nel bunker di San Pietroburgo

Proprio riguardo alla IRA russa si potrebbe aprire un’altra storia, o meglio, un altro mistero tutto da svelare, poiché poco si sa in generale sull’operato di tale agenzia. Inzialmente al suo interno lavoravano 25 impiegati con lo scopo di diffondere online notizie false favorevoli alla propaganda russa. Prima con la guerra contro l’Ucraina, poi dalle elezioni del 2016 addirittura la loro attenzione si è spostata oltreoceano e nel tempo gli impiegati sono diventati più di qualche centinaio ed infatti la Russia è arrivata ad investire 1,1 miliardi solamente sulla disinformazione. Sul suo fondatore si sa poco, se non che si chiama Yevgeny Prigozhin, soprannominato lo chef del Cremlino, ovviamente in ottimi rapporti con il presidente Putin. L’agenzia ormai è maggiormente nota come fabbrica dei troll e la sua sede è in un edificio totalmente di cemento grigio in una periferia di San Pietroburgo.

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Al suo interno sarebbe divisa in sezioni, ognuna dedicata ad un insieme di argomenti oppure a specifiche aree del pianeta, al lavoro giorno e notte per inondare il web, in particolar modo i social media, con le proprie fake news. Marat Mindiyarov, ex troll, ha raccontato al Washington Post che lavorare nella fabbrica dei troll era come «Stare dentro al libro 1984 di George Orwell, «un posto dove devi scrivere che il bianco è nero e che il nero è bianco. Arrivavi e passavi tutto il giorno in una stanza con le tapparelle chiuse e 20 computer. C’erano diverse stanze su quattro piani. Era come una catena di montaggio, tutti erano impegnati, tutti stavano sempre scrivendo qualcosa. Avevi la sensazione di andare in fabbrica, non in un posto creativo». Successivamente Mindiyarov ha provato a passare alla sezione dedicata alle elezioni americane, ma la sua conoscenza non perfetta dell’inglese non gli ha permesso di accedere, ovviamente nessuno avrebbe dovuto riconoscere la presenza di uno straniero dietro ai post. Rimane comunque un grande alone di mistero su tutto ciò che avveniva lì dentro (l’agenzia ha cambiato la sua sede) e su cosa si faccia realmente, tant’è che lo scopo ufficiale dell’IRA non era ovviamente ciò che è poi trapelato nel corso del tempo.

Le fake news, comunque, non sono in grado, da sole, di spostare l’elettorato, ma possono facilmente polarizzare ed estremizzare i pregiudizi, sia dell’elettorato estremista sia di quello moderato che trova in un certo senso la conferma alle proprie idee. In Italia il problema rimane ancora determinante, come mostrato dal rapporto Findomestic: almeno un italiano su due infatti ha creduto negli ultimi dodici mesi ad una notizia falsa ed il 39% ritiene che spetti al cittadino giudicare da solo cosa è vero. Pertanto in Italia il problema è ancora più determinante, forse a causa anche di una scarsa digital literacy a causa della quale non tutti quelli che passano il proprio tempo su internet e sui social network sono in grado di fare autonomamente un controllo di quanto leggono.

Ad oggi, comunque, le fake news sono in calo, anche se di poco e se è troppo presto per abbassare minimamente la guardia. I fattori sono molteplici, primo su tutti l’insieme di meccanismi che lo stesso Facebook ha messo all’opera dalle elezioni americane e che sembra stiano riuscendo ad arginare l’invasione delle notizie false. Aumentano anche gli algoritmi studiati al di fuori dei team di Facebook e Twitter, rafforzati dagli sviluppi sempre maggiori delle intelligenze artificiali. Per ora, però, dobbiamo accontentarci di qualche algoritmo o della blockchain ma dato che l’arma migliore rimane sempre la vecchia mente umana, temo che per avere un’informazione libera da manipolazioni esterne dovremo attendere ancora un bel po’.

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