Congresso della famiglia di Verona: quando il convenzionale viene imposto come naturale

Congresso della famiglia di Verona: quando il convenzionale viene imposto come naturale
© AiBi

Si è chiuso oggi il tredicesimo Congresso mondiale della famiglia di Verona, intitolato “Il vento del cambiamento” e organizzato da Brian Brown, presidente dell’International Organization of Family.

Hanno partecipato leader e parlamentari politici leghisti, da Salvini a Fontana, da Busseti a Zaia, presidente della Regione Veneto. Ma anche Giorgia Meloni, il presidente Moldavo Igor Dodon, il viceministro ungherese per la famiglia Attila Beneda e il segretario di Stato e ministro per la Famiglia Ungherse Katalin Novak.

Le tre giornate hanno avuto come obiettivo centrale la salvaguardia della cosiddetta “famiglia naturale”, minacciata dai grandi mali della nostra moderna società: aborto, divorzio e omosessualità.

L’apice della convenzione? L’assolutizzazione della Verità

La volontà ottusa che rifiuta ciò che altera l’ordinarietà, la reticenza intransigente che non ammette l’alternativa, la fierezza perentoria che rinchiude ogni forma di amore in una gabbia, altrimenti definita modello di famiglia.

Questo è l’organon, l’impianto strutturale, attraverso cui i partecipanti al Congresso di Verona cercano di imporre l’unica versione accettabile di famiglia. Ma come può una versione essere unica? Sola, indubitabile e incontrovertibile?

Versione – visione – proiezione – fascinazione – incatenazione: serialità di parole che induce a riflettere sulla caducità della persona, sulla transitorietà delle sue espressioni d’essere.

E come può il caduco e il transitorio soddisfare le pretese della Verità, o meglio come può presumere e pretendere la Verità? Qual è la Verità della Famiglia? Perché non parlare, altresì, di realtà e di famiglie?

Due criteri legittimano l’esistenza della ‘famiglia naturale’: quello biologico della procreazione e quello religioso che richiama le Scritture. Criteri, appunto, che in quanto tali non riescono ad esaurire e risolvere la complessità della persona e della sua volontà.

Quanta convenzione esiste nella tanto decantata naturalezza? Perché se la convenzione è il vezzo dell’umanità, è la sua prima formula, allora devono esserlo anche tutte le attività e gli aggregati umani e sociali – tra questi la famiglia – entro i quali gli uomini manifestano una sola possibilità del loro essere, diventando agenti sociali e non detentori della ‘Verità naturale’.

Al congresso della famiglia di Verona l’aborto è delitto e feticcio

Massimo Gandolfini, leader del Family Day, il primo giorno del Congresso ha affermato che l’aborto è «l’uccisione di un bambino in utero e la legge 194 è stata applicata soltanto negli articoli che permettono la soppressione di una vita e non in quelli che aiutano la maternità».

Dello stesso parere il vescovo di Verona che considera l’aborto “non un diritto, ma un delitto”.

La stigmatizzazione dell’aborto, comunque, non si è arrestata alle parole, ha avuto modo di esplicarsi concretamente attraverso la distribuzione di gadget: feti in gomma e portachiavi a forma di piedini.

Entrambi riproducevano le misure naturali di un embrione di dieci settimane, accompagnati dallo slogan “l’aborto ferma un cuore che batte!”.

Beatrice Brignone, segretaria di Possibile, ha commentato: «più che feto, è feticismo». Anche l’ex presidente della Camera, Laura Boldrini, ha definito il feticcio “semplicemente mostruoso. Questa robaccia qua è contro il rispetto della vita e della maternità ed è di una violenza raccapricciante”.

Altri attacchi al Congresso della famiglia di Verona arrivano anche dal segretario Pd, Nicola Zingaretti, e da Federico Fornaro, capogruppo di Leu. Per il primo si vogliono “riportare indietro le lancette dell’orologio”, mentre il secondo ha dichiarato che il congresso “ha trasformato Verona nella capitale mondiale dell’oscurantismo”.

Omosessualità: patologia da curare con la preghiera e la conversione

Sempre Gandolfini, in merito all’omosessualità, ribadisce che «da un’unione donna donna e uomo uomo non nasce una vita, per cui non possono essere genitori. Siamo inoltre convintamente contrari alla maternità surrogata e all’utero in affitto, pratica incivile».

Parole confermate e ripetute anche dal senatore Pillon, firmatario dell’omonimo ddl Pillon riguardante l’affido condiviso, che ha aggiunto: «ognuno nel privato fa quello che vuole e nessuno deve permettersi di giudicare qualsiasi tipo di relazione affettiva che una persona ritenga giusta per la sua vita. Però il bambino ha bisogno della mamma e del papà per crescere».

Al Congresso della famiglia naturale non potevano mancare i depliant di Pro vita e Generazione famiglia che, sulla falsa riga dei foglietti illustrativi, interrogano il lettore: «Sarà ancora possibile dire mamma e papà?».

Nei depliant sono riportate le figure da stigmatizzare e i comportamenti da aberrare: la ragazza è definita “utero in affitto” e il ragazzo “venditore di seme”, una coppia di due uomini “genitore 1 e genitore 2” e il bambino “prodotto”.

Luca Zaia ha dichiarato pubblicamente al Congresso che “l’omosessualità è una patologia”. Tesi avvallata dai tanti partecipanti all’evento che, intervistati, hanno sostenuto che l’omosessualità sia una malattia da curare attraverso la preghiera e la conversione, così come il divorzio, considerato “un abominio”.

Lo scomodo equilibrio di Salvini al Congresso della famiglia naturale

Per il vicepremier Salvini, intervenuto ieri al Congresso, tutta la polemica nata intorno all’evento è stata “costruita sul nulla dalla sinistra”. Poi aggiunge: «le conquiste sociali non si toccano, non si discute sulla revisione dell’aborto, del divorzio, della libertà di scelta per donne e uomini, ma si ragiona su come aiutare le famiglie italiane».

L’intento del ministro dell’Interno di tenersi in equilibrio è stato palese: appoggiando, una volta, alcune delle tesi sostenute dal Congresso – rifiuto della genitorialità per le coppie gay e maternità surrogata – e una volta allontanandosi da quelle più retrograde, come la stigmatizzazione dell’aborto e del divorzio.

La corsia preferenziale su cui si è adagiato per mantenersi in equilibrio è la solita: “prima gli italiani”. In questo caso difendendo la famiglia tradizionale italiana dal “pericolo dell’islam” e individuando come soluzione la crescita della natalità e della demografia italiana.

Richiamandosi anche al ddl Pillon attacca trasversalmente coppie di separati litigiosi e coppie omosessuali, così come la maternità surrogata e il “business delle case famiglia”.

«Ognuno nella sua vita fa quello che vuole e fa l’amore con chi vuole. Da ministro però voglio rimettere al centro i bambini che non possono essere vittime dei litigi degli adulti. Occorre modificare il diritto di famiglia, perché gli adulti possono litigare e i matrimoni possono fallire, ma i bambini devono continuare ad avere un papà e una mamma, non genitore 1 e genitore 2. Combatterò la pratica barbara dell’utero in affitto, dove la donna è usata come bancomat».

I pentastellati si dissociano ed è subito botta e risposta

Giulia Grillo, ministro della Salute, ha da subito assunto una posizione netta nei confronti del Congresso della famiglia di Verona, definendolo di “estrema destra”. «In questo Congresso – ha specificato – si paragona l’omosessualità al satanismo: questa è quella che mi fa un po’ più ridere, se mi permettete, perché è ai limiti del ridicolo ed è ovviamente priva di qualsiasi fondamento scientifico».

La ministra della Salute ha voluto anche rimarcare le divergenze di posizione tra Lega e M5s in merito a questi argomenti. «Sapete benissimo che noi e la Lega siamo diversi, molto, proprio sul punto di vista dei diritti. Conquiste importanti come la legge sull’aborto, sul divorzio non dovrebbero essere messe in discussione», ma semplicemente gestite e affrontate in conformità alle esigenze di una società in continuo cambiamento, allontanando atteggiamenti discriminatori e retrogradi.

Il vicepremier Di Maio ha subito preso le distanze dalle tesi del Congresso apostrofandole “medievali” e definendo “fanatici” coloro che vi hanno preso parte, suscitando in questo modo il disappunto del collega vicepremier leghista che, durante il suo intervento al Congresso, non ha perso occasione per sollecitare il ministro del Lavoro a stare al passo con il contratto di governo.

Inoltre Di Maio aveva dichiarato che nessun deputato o senatore pentastellato avrebbe partecipato all’iniziativa, mentre invece la senatrice M5s, Tiziana Drago, ha deciso di intervenire, affermando che “il Movimento non è una realtà politica legata solo alle dichiarazioni di questi giorni, ci sono anche senatori e deputati che hanno apertura verso la famiglia tradizionale”.

Lo stesso presidente della Camera, Roberto Fico, si è dissociato dall’evento di Verona, ricordando che “la società cambia, non bisogna arretrare sui diritti” e proponendo un’iniziativa alla Camera “sull’evoluzione della famiglia, sulle famiglie arcobaleno e per ascoltare le esigenze di tutti”.

“Tutte le famiglie, nessuna esclusa, sono le benvenute a Torino”

Così recita lo striscione che venerdì la sindaca di Torino, Chiara Appendino, ha esposto dal balcone del Municipio per richiamare l’amore, al di là, oltre e nonostante le sue possibili manifestazioni e unioni.

Dopo essere stata il primo sindaco in Italia a trascrivere all’anagrafe gli atti di nascita di quattro bambini, figli di coppie omogenitoriali, ha deciso di esporsi pubblicamente contro il Congresso di Verona e i parlamentari leghisti che vi hanno preso parte.

Il corteo transfemminista: «Vogliamo una città libera, critica e colorata»

Organizzato dal movimento femminista Non una di meno, nella giornata di sabato ha raccolto circa 100mila manifestanti – stando ai numeri di Non una di meno – tra questi leader politici, soprattutto radicali e parlamentari di + Europa, sindacalisti e varie associazioni per i diritti LGBT.

Il corteo è stato aperto dallo striscione “Verona città transfemminista” del Collettivo Non una di meno, e ha marciato contro un Congresso considerato “antifemminista e omofobo”, incentrato sui valori della “società patriarcale”.

«Vogliamo una città libera, critica e colorata» incitava al megafono Ludmila, organizzatrice della manifestazione.

Diametralmente opposte alle posizioni che equiparano l’aborto a un delitto, gli striscioni del corteo riportavano “40 anni di lotte, legge 194 si, ma non basta. Aborto libero e gratuito”.

Tra i sindacalisti che hanno partecipato al corteo, il leader nazionale della CGIL Maurizio Landini che sottolinea: «queste persone dimostrano la domanda di libertà che c’è e che manda un messaggio molto preciso “Per essere felici bisogna essere liberi e per essere liberi bisogna accettare e riconoscere le diversità come un valore”».

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