Ddl Pillon: una bigenitorialità (troppo) perfetta e normativizzata

Ddl Pillon: una bigenitorialità (troppo) perfetta e normativizzata
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Il ddl Pillon è arrivato in commissione Giustizia del Senato lo scorso agosto, ma l’iter per la sua approvazione sembra ancora piuttosto lungo. Ha l’obiettivo di introdurre una serie di modifiche in materia di diritto di famiglia, separazione e affido condiviso dei minori, volte a sostenere un modello di bigenitorialità perfetta, cadenzata e regolata fino ai minimi termini.

Da agosto fino ad oggi continuano a susseguirsi polemiche e manifestazioni contro questo disegno di legge che, cercando di equiparare la figura paterna e quella materna, lede campi di diritto limitrofi alla genitorialità. Proprio per questo motivo, in virtù della complessità del ddl Pillon, verranno trattate, in diversi articoli, le tematiche a cui fa riferimento.

Il disegno di legge prende il nome dal senatore leghista Simone Pillon, uno dei fautori del Family Day e dell’integralismo cattolico, nonché promotore del gruppo parlamentare Vita famiglia e libertà.

Le contestazioni provengono da ambienti diversi, eppure ugualmente schierati contro un unico disegno di legge: avvocati, psicologi, operatori che si occupano di famiglia e minori, centri antiviolenza e movimenti femministi.

Leggendo il testo del disegno di legge è subito chiaro, fin dalle pagine introduttive, che l’obiettivo è quello di lenire lo svantaggio della figura genitoriale paterna, rispetto a quella materna, nelle pratiche di affido.

Quattro sono le questioni principali affrontate nel disegno di legge: «a) mediazione civile obbligatoria per le questioni in cui siano coinvolti i figli minorenni; b) equilibrio tra entrambe le figure genitoriali e tempi paritari; c) mantenimento in forma diretta senza automatismi; d) contrasto dell’alienazione genitoriale».

In questo articolo introduttivo verranno considerati i punti che riguardano il tema dell’affido condiviso e dei tempi paritari, nonché dell’alienazione genitoriale o parentale. I prossimi invece metteranno in luce le criticità e gli elementi maggiormente contestati, dentro e fuori il Parlamento.

La bigenitorialità perfetta del ddl Pillon

Secondo un preciso calcolo aritmetico, il ddl suddivide in due parti perfettamente uguali il tempo dei figli: da vivere per una metà con la madre e per l’altra con il padre.

«La responsabilità genitoriale è esercitata da entrambi i genitori. Le decisioni quotidiane sono assunte dal genitore che in quel momento si trova col figlio minore, mentre quelle di maggiore interesse per i figli relative all’istruzione, all’educazione, alla salute e alla scelta della residenza abituale del minore sono assunte di comune accordo tenendo conto delle capacità, dell’inclinazione naturale e delle aspirazioni dei figli».

Dal testo si evince che i figli dovranno trascorrere almeno 12 giorni al mese, compresi i pernottamenti, con ciascun genitore, salvo il caso in cui ci sia un «motivato pericolo di pregiudizio per la salute psico-fisica» dei figli.

Infatti l’articolo 11 riporta: «Qualora uno dei genitori ne faccia richiesta e non sussistano oggettivi elementi ostativi, il giudice assicura con idoneo provvedimento il diritto del minore di trascorrere tempi paritetici in ragione della metà del proprio tempo, compresi i pernottamenti, con ciascuno dei genitori. Salvo diverso accordo tra le parti, deve in ogni caso essere garantita alla prole la permanenza di non meno di dodici giorni al mese, compresi i pernottamenti, presso il padre e presso la madre, salvo comprovato e motivato pericolo di pregiudizio per la salute psico-fisica del figlio minore in caso di: 1) violenza; 2) abuso sessuale; 3) trascuratezza; 4) indisponibilità di un genitore; 5) inadeguatezza evidente degli spazi predisposti per la vita del minore».

Il mantenimento diretto

Non solo il tempo, ma anche il mantenimento è ripartito in maniera equa tra i due genitori: si parla appunto di “mantenimento diretto”. Quindi ciascun genitore provvederà economicamente al figlio per il tempo in cui gli è affidato.

In ogni caso il mantenimento dei figli minorenni è predisposto e vagliato dal giudice attraverso un “piano genitoriale”, che dovrà prendere in considerazione la ripartizione delle spese sia nelle questioni ordinarie sia in quelle straordinarie.

La doppia residenza

Il ddl Pillon fa riferimento alla risoluzione n. 2079 del 2015 del Consiglio d’Europa che incentiva gli Stati membri ad adottare legislazioni che assicurino l’effettiva uguaglianza tra padre e madre nei confronti dei propri figli, anche attraverso il principio della doppia residenza o del doppio domicilio dei figli in caso di separazione, tranne nei casi di abuso o di negligenza verso un minore, o di violenza domestica.

Sempre all’articolo 11 si può leggere: «Il giudice […] stabilisce il doppio domicilio del minore presso l’abitazione di ciascuno dei genitori ai fini delle comunicazioni scolastiche, amministrative e relative alla salute. Entrambi i genitori predispongono un piano genitoriale in ordine a: 1) luoghi abitualmente frequentati dai figli; 2) scuola e percorso educativo del minore; 3) eventuali attività extrascolastiche, sportive, culturali e formative; 4) frequentazioni parentali e amicali del minore; 5) vacanze normalmente godute dal minore».

Al giudice è comunque riservata la possibilità di indicare il mantenimento della residenza nella casa familiare, specificando – in caso di disaccordo – quale dei due genitori può continuare a risiedervi.

L’affido condiviso con la legge del 2006

In Italia l’affido condiviso è stato introdotto con la legge n. 54 dell’8 febbraio 2006 e i dati Istat sembrano dimostrare che questa legge dato i suoi frutti, benché il ddl Pillon asserisca il contrario, dichiarandone il fallimento.

«In Italia l’affido a tempi paritetici è stimato intorno all’1-2 per cento, in Belgio supera il 20 per cento, in Quebec il 25 per cento, in Svezia il 28 per cento. In Italia l’affido materialmente condiviso (considerando tale una situazione nella quale il minore trascorre almeno il 30 per cento del tempo presso il genitore meno coinvolto) riguarda il 3-4 per cento dei minori, tasso fra i più bassi al mondo», così riporta il testo del disegno di legge.

Secondo i dati Istat invece, se «nel 2005 i figli minori sono stati affidati alla madre nell’ 80,7% delle separazioni e nell’82,7% dei divorzi», dal 2006 il numero degli affidamenti alle madri ha iniziato a ridursi. Nel 2007, il 72,1% delle separazioni si è concluso con l’affido condiviso dei figli, mentre solo il 25,6% con l’affido esclusivo alla madre.

Il senatore Pillon, però, attribuisce a questi dati un valore fittizio, decisamente teorico, ribadendo che nella pratica la legge 54 del 2006 rimane di fatto disattesa: «ci si ritrova di fronte a un affido che nei fatti è ancora esclusivo».

Alienazione parentale o genitoriale

Ampiamente contestato, come vedremo, è il concetto di alienazione parentale o genitoriale, menzionato agli articoli 9, 17 e 18 del testo.

Nell’alienazione genitoriale, la condotta assunta da uno dei due genitori (“genitore alienante”) porta ad allontanare il figlio dall’altro genitore (“genitore alienato”).

Agli articoli 17 e 18 si legge che nel caso in cui il figlio manifestasse rifiuto o alienazione nei confronti di uno dei due genitori – nella maggior parte dei casi nei confronti del padre – il giudice può limitare o sospendere la responsabilità genitoriale, invertendo la residenza abituale del figlio presso l’altro genitore o indirizzarlo verso una struttura specializzata.

All’articolo 9 viene introdotta la “decadenza della responsabilità genitoriale” o il risarcimento danni come punizione per «manipolazioni psichiche» o «atti che comunque arrechino pregiudizio al minore od ostacolino il corretto svolgimento delle modalità di affidamento». Con riferimento specifico a «ogni caso ove (il giudice) riscontri accuse di abusi e violenze fisiche e psicologiche evidentemente false e infondate mosse contro uno dei dei genitori».

Eccessiva normativizzazione dei rapporti familiari

Il senatore Pillon ha espresso la volontà di una “progressiva de-giurisdizionalizzazione”, lasciando al giudice solamente il «ruolo residuale di decidere nel caso di mancato accordo», eppure dall’articolo 13 del ddl si evince una normativizzazione della quotidianità familiare impossibile da stabilire rigidamente tramite norme, appunto.

«Il giudice, nei casi di conflittualità tra le parti, invita nuovamente i genitori a intraprendere un percorso di mediazione familiare per la risoluzione condivisa delle controversie. Qualora le parti accettino, il giudice sospende il procedimento per non più di sei mesi e rimette le parti avanti il mediatore familiare, sorteggiandone il nome tra due scelti dalle parti in caso di disaccordo. Qualora la mediazione riesca, il giudice esamina il piano genitoriale redatto dalle parti con l’aiuto del mediatore e lo recepisce nel proprio provvedimento ove non ritenuto contrario al superiore interesse del minore. In caso di rifiuto o di fallimento della mediazione il giudice, qualora la conflittualità persista, propone alle parti la nomina di un coordinatore genitoriale, con il compito di facilitare le parti nel dialogo e nella relazione genitoriale, nell’interesse dei figli minori. […] Le eventuali modifiche al piano genitoriale concordate in coordinazione dovranno essere sottoposte al giudice per il tramite dei legali delle parti».

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