Caporalato: prosegue l’indagine in Commissione Lavoro alla Camera

Caporalato: prosegue l’indagine in Commissione Lavoro alla Camera

Nella scorsa legislatura è stata approvata la legge n. 199 del 2016 di contrasto al caporalato la quale prevede l’inasprimento delle pene già previste dall’ordinamento e la punibilità non solo del cosiddetto caporale, ma anche dell’imprenditore eventualmente responsabile dello sfruttamento del lavoro irregolare. La sanzione stabilita va dalla reclusione da uno a sei anni ad una multa da 500 e 1000 euro per ogni lavoratore reclutato, inoltre, è stato modificato l’articolo 603-bis del codice penale (intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro) semplificandolo e liberandolo da alcune specifiche che prima ne complicavano l’individuazione.

Eppure, nonostante l’impegno e l’inasprimento delle sanzioni, il fenomeno continua ad essere presente su tutto il territorio nazionale e simile agli anni precedenti. Un esempio, a Montichiari (Brescia), in seguito a una indagine svolta nelle aziende agricole, sono state arrestate sette persone per aver impiegato  nella vendemmia in modo irregolare lavoratori, molti dei quali migranti.

Le stime del fenomeno

Il quarto rapporto Agromafie e Caporalato dell’Osservatorio Placido Rizzotto della Flai-Cgil (luglio 2018) parla di un business di lavoro irregolare di quasi 5 miliardi di euro, con un tasso di irregolarità pari al 39,9% e stima un’evasione contributiva di quasi 2 miliardi di euro. Totale di migranti presenti nel nostro Paese: 1 milione, con una paga giornaliera 20-30 euro al giorno (3-4 euro l’ora, per 8-12 ore al giorno).

La materia è indubbiamente complessa, poiché non riguarda solo il settore agricolo ma anche quello della distribuzione commerciale.  Da qui la necessità di proseguire il lavoro di monitoraggio, già previsto dalla legge e intensificato dalla Commissione Lavoro della Camera dei Deputati che ha avviato una «indagine conoscitiva sul fenomeno del cosiddetto caporalato in agricoltura» i cui lavori iniziati a dicembre scorso si concluderanno a giugno 2019.

Nel testo dell’indagine è prevista una lunga carrellata di soggetti da audire; martedì 26 febbraio è stata la volta delle organizzazioni sindacali del settore agricolo ossia FLAI-CGIL, FAI-CISL, UILA-UIL, UGL Agroalimentare e CONFSAL-FNA (Federazione nazionale agricoltura e sindacati di base) che hanno fatto sentire la propria voce muovendo alcuni rilievi, compresa una maggiore incisività nella certificazione delle aziende virtuose.

Le osservazioni del sindacato

Secondo la Flai-Cgil «l’Inps deve fare il proprio mestiere. La rete del lavoro agricolo di qualità, la parte di prevenzione del fenomeno deve essere operativa». Il delegato alla legalità evidenzia anche la carenza dei servizi verso le aziende agricole ‘sane’ quali: intermediazione di manodopera trasparente; la questione dell’alloggio (particolarmente sentita per le raccolte stagionali); il trasporto (strumento dei caporali per sottrarre guadagni ai lavoratori); risorse per i servizi ispettivi; banche dati condivise per rinnovare il protocollo sperimentale scaduto nel 2017. Poi occorre stimolare le misure di prevenzione degli incidenti mortali.

«Nel complesso la legge sta funzionando bene» sostengono la Fai-Cisl e la Uil e vi sono anche delle esperienze positive sul territorio, come il protocollo del Lazio che garantisce il trasporto gratuito ai lavoratori ma, la stessa Fai Cisl rimarca come l’introduzione dei voucher in agricoltura con lunga durata si trasformi in uno strumento dannoso perché, in agricoltura, esistono già moltissimi strumenti di flessibilità nel lavoro.

Entrambe le rappresentanze pongono poi l’accento sulla necessità di smascherare le cooperative agricole che, nei fatti, tali non sono e invece offrono intermediazioni senza averne i requisiti. A parere di queste OO.SS.  esisterebbero circa 23mila cooperative o aziende ‘senza terra’ che spesso sottoscrivono appalti non genuini.

Per Fma – Confsal oltre gli agli strumenti repressivi serve «una vera applicazione dei contratti di riallineamento retributivo che consentirebbe a molte aziende di uscire da una zona grigia», ritenendo che lo Stato debba far sentire la propria presenza anche con strumenti innovativi e auspicando la creazione uno strumento a livello territoriale di coinvolgimento dei corpi intermedi che, di concerto con le prefetture, possa divenire luogo di sintesi e di confronto per meglio affrontare l’emergenza del lavoro in agricoltura.

In conclusione, appare condivisa l’idea che, oltre la norma, sia necessario un approccio multidisciplinare e ampiamente interdipartimentale in cui diversi enti possano agire sotto l’indirizzo e il controllo di una cabina di regia ancor più efficiente ed efficace di quella prevista dalla legge.

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