A 40 anni dalla Legge Basaglia la follia è ancora una malattia da nascondere e contenere

A 40 anni dalla Legge Basaglia la follia è ancora una malattia da nascondere e contenere

È il periodo dei grandi movimenti rivoluzionari culturali, sociali e politici che seguono il ‘68. È il tempo in cui l’umanità si riscopre libera e liberamente difende la propria diversità. Che sia diversità di genere, sessuale, culturale, economica o sociale, che sia differenza etnica o di associazionismo, la persona si pone al centro dell’attività sociale, promuovendo il concetto di diversità come paradigma del progresso storico.

Anche i malati mentali vengono progressivamente considerati soggetti di diritto e sempre meno oggetti di sperimentazione clinica, comprendendo che come tutte le istituzioni anche la malattia è una convenzione umana e per questo subisce le modificazioni del proprio tempo. Ormai è chiaro che non è da considerarsi deviato o folle ogni comportamento o attitudine che si distacca dalla morale pubblica, si inizia a comprendere che la diversità non va semplicemente internata.

La follia, la malattia mentale e la devianza nel suo senso generale sono figlie di ciò che la cultura predominante di una società decide di escludere e ghettizzare. In quegli stessi anni, un po’ prima, nel 1961 il filosofo Michel Foucault, in la Storia della follia nell’età classica spiega che «il folle ricorda a ciascuno la sua verità», perché rappresenta l’insensatezza dell’esistenza e del mondo. L’uomo borghese, il cittadino razionale è costretto ad indossare una maschera, ad interpretare un ruolo ragionevolmente condiviso dalla società, il folle no.

Prima del 1978 i manicomi venivano regolati dalla legge 36 del 1904 proposta dall’allora presidente del Consiglio, Giovanni Giolitti, con la quale si legittimavano ufficialmente i manicomi già esistenti ma non ancora regolamentati. All’epoca della legge Basaglia, gli ospedali psichiatrici erano quasi un centinaio e raccoglievano circa 89mila persone. Cifre spaventose: prendevano parte all’alienazione mentale e dunque all’internamento anche le prostitute, gli omosessuali, i senzatetto, tutti quei soggetti che, insomma, inficiavano l’ordine e il decoro pubblico. Dall’introduzione del codice Rocco del 1931, il codice penale fascista, gli internati cominciarono a essere iscritti nel casellario giudiziario. Durante il regime fascista i manicomi infatti erano usati anche per imprigionare i dissidenti politici: dal 1926 al 1941 gli internati passarono da 60mila a 96mila.

Era il 13 maggio 1978 quando il Parlamento italiano aboliva i manicomi, approvando la legge 180, la cosiddetta “Legge Basaglia”. Dunque aboliva il trattenimento involontario delle persone con disturbi mentali all’interno degli ospedali psichiatrici e restituiva loro il diritto di cittadinanza.

Il filosofo e politologo Norberto Bobbio definisce la legge Basaglia come l’unica riforma italiana veramente riuscita: fu la prima legge al mondo ad abolire i manicomi. Formalmente la legge ebbe vita breve, dato che a pochi mesi dall’approvazione fu inglobata nella legge 833 del 23 dicembre 1978, che istituiva il Servizio Sanitario Nazionale, ma che lasciava inalterati gli articoli riguardanti la cura dei malati mentali.

manicomio

L’ex manicomio di Mombello

Legge Basaglia: la follia è parte dell’uomo

La follia «è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione», spiegava Franco Basaglia. Abolire i manicomi ha significato iniziare a curare i pazienti e non semplicemente trattenerli e contenerli coattivamente. E questo Basaglia lo aveva sperimentato direttamente: da direttore del manicomio di Gorizia aveva cominciato a utilizzare metodi alternativi per assistere le persone con problemi psichiatrici. Abolì gli strumenti di contenzione fisica e le terapie con elettroshock, concesse maggiore libertà di movimento e di scelta aprendo i cancelli dei reparti e introdusse varie attività ricreative per gli internati.

«Mi interessa più il malato della malattia». Nel ‘68 Basaglia pubblicava il suo libro L’istituzione negata, rendendo pubblico il suo modus operandi, che progressivamente diventava sempre più conosciuto e approvato in tutto il Paese, ma anche all’estero. Dopo il manicomio di Gorizia, Basaglia passò alla direzione di quello di Colorno (Parma), dal 1969 al 1971, per poi arrivare in quello di Trieste. Fondò il movimento Psichiatria Democratica, formato da un gruppo di psichiatri attivisti intenzionati a cambiare il proprio mestiere e a far chiudere i manicomi.

Con la Legge Basaglia i manicomi criminali venivano sostituiti dagli Opg, Ospedali psichiatrici giudiziari, oggi di nuovo sostituiti dalle Rems, Residenze per le misure di sicurezza, ma tuttora al centro di un grande dibattito a causa dei trattamenti disumani che si esercitano al loro interno. Veniva introdotto anche il TSO, trattamento sanitario obbligatorio, previsto nel caso di pazienti con «alterazioni psichiche tali da richiedere urgenti interventi terapeutici, se gli stessi non vengano accettati dall’infermo e se non vi siano le condizioni e le circostanze che consentano di adottare tempestive ed idonee misure sanitarie extra ospedaliere, nel rispetto della dignità della persona e dei diritti civili e politici garantiti dalla Costituzione». Peccato che i TSO continuino ad essere utilizzati come strumenti punitivi e di mera contenzione, come dimostrano ad esempio le tragiche morti di Giuseppe Uva e del maestro di scuola elementare Franco Mastrogiovanni. Quest’ultimo morto dopo 87 ore di agonia nel reparto psichiatrico di Vallo della Lucania, in seguito ad un TSO considerato da tutto il paese totalmente immotivato e ingiusto. Per 87 ore nudo, picchiato, legato mani e piedi, costretto in un letto mai ripulito.

Dove la Legge Basaglia è ancora una chimera

I maltrattamenti negli istituti di cura e nei luoghi di sorveglianza sono una realtà, una certezza. In molti casi il metodo Basaglia rimane una chimera, piuttosto che un metodo scientifico di cura e assistenza per il malato. Alcune storie ne sono la testimonianza. Una vita interamente totalizzata dall’ospedalizzazione forzata è quella di Alberto Paolini, ricoverato per 42 anni, dal 1948 al 1990, al manicomio di Roma, Santa Maria della pietà. Alberto era stato portato in collegio da bambino dopo essere rimasto orfano; date le condizioni di sovraffollamento delle strutture molti di quei bambini vengono trasferiti nei manicomi, senza ricevere alcuna diagnosi clinica relativa a ipotetici disturbi mentali. Durante quei lunghissimi anni Alberto è torturato e imbottito di farmaci non necessari, né giustificati dalle sue condizioni mentali. È sottoposto per diverse volte anche all’ettroshock, che descrive in questo modo: «a quel punto non ho sentito più nulla, sono caduto in coma. Perché quando passa la corrente si perde completamente la coscienza». L’unico risultato raggiunto da questo tipo di trattamenti, infatti, non è altro che la perdita di coscienza.

Come la legge Basaglia ha cambiato la sua vita. Sono gli anni ‘70 e alcuni infermieri del manicomio Santa Maria della pietà iniziano la loro rivoluzione, prendendo ‘in gestione’ il padiglione 16 della struttura, in cui uomini e donne iniziano ad essere ricoverati insieme, si concedono loro forchetta e coltello. Sono i pazienti più tranquilli che, sotto la sorveglianza del personale, riescono anche ad uscire e stare all’aperto. Alberto viene spostato in questo padiglione e, per la prima volta, anche lui inizia un po’ a vivere. Dal 1990 vive in una casa famiglia a Monte Mario insieme ad altri ex pazienti, che cercano di adattarsi ad una vita del tutto nuova, quella della libertà e della semindipendenza.

Opg

Lo stato degli Opg

Opg: l’inferno dei dimenticati. A definirli in questo modo l’ex sindaco di Roma, Ignazio Marino, che circa 7 anni fa aveva ispezionato i 6 Opg d’Italia, senza concedere alcun preavviso alle strutture. Il video. Uno degli esempi più forti e emblematici è quello dell’Opg di Napoli sgomberato grazie all’attivismo di giovani ragazzi, che si sono opposti a quelle torture. Ai vecchi ospedali psichiatrici giudiziari, oggi sostituiti dalle Rems, non è bastato cambiare nome per smettere di somigliare ai lager nazisti. Sono discariche a cielo chiuso, dove viene buttato tutto ciò che non può sopravvivere al carcere e tanto meno fuori dal carcere. Sono luoghi in cui gli internati non sono più persone; sono nascosti, della loro realtà non è dato sapere. Eppure esistono e per questo è giusto ricordare la Legge Basaglia dopo 40 anni in cui poco o nulla è cambiato all’interno delle strutture psichiatriche. È giusto ricordare che l’alternativa esiste.

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