“Finiremo tutti all’Inferno. Ma “anche” all’Inferno, saremo i migliori”
“Finiremo tutti all’Inferno. Ma “anche” all’Inferno, saremo i migliori” (Anteo Edizioni, 2026) Racconta l’ascesa e la caduta di uno degli attori fondamentali, ma silenziosi della scena geopolitica dell’ultimo decennio: Evgenij Prigožin, o meglio, il gruppo mercenario della Wagner. Il giornalista Stefano Vernole porta alla luce le imprese del battaglione Wagner, ribelle alla sua stessa patria, dalla Terza offensiva di Palmira all’epilogo del gruppo con la morte del suo comandante. “Finiremo tutti all’Inferno. Ma “anche” all’Inferno, saremo i migliori” Non si sofferma a essere la cronaca di un esercito mercenario, bensì mostra una realtà ribelle al di fuori degli schemi di potere sulla superficie.
La sinfonia della guerra
Il battaglione Wagner era formato da “musicisti”, non da soldati: così si definivano tra loro i membri, spiegando che la Compagnia fosse come una grande orchestra in cui ciascuno aveva il proprio ruolo. Lo spirito era certamente il tratto distintivo della Wagner. I mercenari erano considerati con sospetto dalle autorità russe anche per l’alta percentuale di combattenti di fede pagana presenti nelle sue fila: non a caso il Rodnoverismo era profondamente radicato nell’atmosfera che si respirava tra le sue schiere.
Il termine deriva da rodnaya, che si può tradurre in italiano come “fede nativa”. Sotto il Rodnoverismo c’è una “realizzazione sacrale del potenziale etnico slavo”, come spiega il libro. I seguaci del Rodnoverismo si sentono difensori della civiltà russa originaria contro i suoi nemici, fino a cadere in una forma di razzismo spirituale. Per questo i membri della Wagner si trovavano in prima linea a combattere contro il popolo ucraino, considerato come separatisti del “grande popolo slavo unito”. Nel testo è descritta una scena simbolica dello spirito pagano della Compagnia: una fotografia scattata a Palmira nel 2019, che ritrae Yan Petrovsky, ex collaboratore della Wagner, mentre compie il gesto “dal cuore al sole”.
Non è un caso che sia proprio Palmira, e più in generale il fronte siriano, a custodire una delle pagine fondative del mito Wagneriano. È lì, tra le rovine dell’antica città sottratta e restituita più volte al Califfato, che la Compagnia ha forgiato il proprio battesimo del fuoco fuori dai confini russi: un banco di prova che ha permesso al Cremlino di sperimentare una proiezione della propria potenza in Medio Oriente senza esporre direttamente le proprie uniformi regolari. La Terza offensiva di Palmira, richiamata dal libro come momento chiave, diventa così l’atto di nascita di una prassi che la Wagner ripeterà, con varianti e ambizioni diverse, ben oltre i confini siriani.
L’orchestra Wagneriana ha dimostrato la propria presenza anche al di là del vecchio continente, come nel caso della Repubblica Centrafricana, dove il modello sperimentato in Siria viene affinato e reso ancora più redditizio: i “musicisti” non si sono limitate ad addestrare le truppe governative e a proteggere Bangui dagli assalti dei gruppi ribelli, bensì si sono stabiliti nell’economia del Paese, mettendo le mani su concessioni minerarie che sono diventate la vera contropartita del sostegno militare offerto a Bangui. È qui che la formula Wagner mostra il suo vero volto: sicurezza in cambio di risorse, una diplomazia parallela che affianca e talvolta supera quella ufficiale del Cremlino, capace di aprire teste di ponte in Africa senza che Mosca ne debba rispondere formalmente sul piano internazionale.
È proprio nella ricostruzione di queste traiettorie che il libro di Stefano Vernole trova il suo punto di forza: raccontare la Wagner non soltanto come strumento militare del Cremlino, ma come fenomeno autonomo, con una propria identità, ideologia e ambizione. Una realtà che, dalla Siria all’Africa, ha contribuito a ridisegnare gli equilibri geopolitici dell’ultimo decennio e la cui parabola si intreccia inevitabilmente con quella di Prigožin, fino alla sua caduta.




