“Il giardino Zen” di Teresa Frasca: quando una madre è anche una figlia

Ogni madre è stata prima una figlia, e il libro di Teresa Frasca (Via Margutta Edizioni, 2026) lo dimostra vivendolo.
Egle e Denise si sono sempre tenute a distanza, come capita tra chi condivide un sangue e non un temperamento. Le tiene insieme, alla fine, una cosa sola: il Giappone, una passione arrivata a entrambe senza che nessuna delle due sapesse di averla ricevuta dall’altra. Il destino, in questo libro, non procede mai in linea retta. Prende strade diverse e le fa incontrare tardi, quando ormai nessuna delle due se lo aspettava più.
Denise cresce in una casa dove l’unico punto d’accordo tra i genitori è quanto poco le sia concesso, in confronto alle sue compagne di scuola. È un’adolescenza vissuta per sottrazione; la scoperta precoce di appartenere al sesso sbagliato, almeno dentro quelle mura.
Ma è Egle a pagare il prezzo più alto. A ventotto anni si innamora per la prima volta in vita sua. Avrebbe il diritto di viverlo, quell’amore, e non lo vive: gli anni Sessanta non concedono quel tipo di libertà a una donna come lei. Resta in attesa per decenni, senza sapere bene di cosa. Quando Egle, molto più tardi, riceve una telefonata da quell’uomo, si tira indietro, convinta che il tempo per amarsi sia scaduto, che siano ormai sfioriti entrambi; ma quell’attesa non si richiude nella delusione. Trova infatti un’altra strada: il giardino.
È a questo punto che entra Yakusho. Arriva in Italia, a Como, dopo un terremoto che lo ha spinto a cercare altrove una vita da ricostruire. Prima ancora di progettare il giardino, il romanzo lo segue mentre cerca un posto nel mondo: l’ospitalità ricevuta dai connazionali nella loro machiya, la pazienza con cui si informa su un lavoro qualsiasi, la disponibilità ad adattarsi a qualunque mestiere pur di ricominciare. Vive secondo un principio di essenzialità che ricorda Perfect Days di Wim Wenders – il film a cui Frasca dichiara di essersi ispirata per avvicinarsi a una filosofia che le apparteneva già. Vittorio, marito di Egle, è l’esatto contrario: tutta la vita preso dalla propria azienda, estraneo a quella lentezza che a Yakusho, invece, salva la vita.
Quando Yakusho comincia a lavorare nel giardino dell’ormai anziana Egle, il libro trova il suo punto più vero: egli decide di portare un pezzo di Giappone in quella realtà italiana, con la vitalità che gli resta. Quel lavoro gli offre un rifugio, un luogo dove tornare pian piano a vivere. La guarigione, in questo romanzo, non passa mai per gesti grandi. Passa per la cura delle piccole cose, una misura di attenzione che né Egle né Denise, tutta la vita schiacciate dal peso dell’apparenza, avevano mai potuto permettersi. Solo nel giardino quella regola non vale.
Sarà lo stesso giardino, molti anni dopo, a chiudere il cerchio. Nel testamento di Egle c’è una postilla che non ammette repliche: chi dei due figli si occuperà della villa e del parco dovrà chiamare una persona sola al mondo, l’uomo che quel giardino lo ha progettato. Così Denise, che ha diviso la vita tra il lavoro in biblioteca e la figlia Dafne, cresciuta da sola per scelta, incontra Yakusho. Trova un amore che, senza quella clausola imposta dalla madre, non avrebbe mai conosciuto.
C’è una giustizia storta in tutto questo: è proprio Egle, la madre mai vicina, a lasciare a Denise da morta ciò che da viva non le aveva mai saputo dare – la possibilità di amare senza doversi giustificare. Lo spazio che ha salvato la madre diventa, per un’eredità che nessuno aveva previsto, lo spazio che salva la figlia.
Ma Denise non sceglie Yakusho. Le viene imposto, in un certo senso, da un testamento. È una donna che ha rivendicato per tutta la vita la propria indipendenza, e proprio quando pensa di non dover più rispondere a nessuno si trova a eseguire l’ultima volontà di sua madre.
Resta un romanzo fedele a un’idea che non è scontata: che la libertà negata a una generazione possa tornare a chi viene dopo per vie storte, mai cercate. Un’eredità che arriva, semplicemente, quando ormai non la si aspetta più.




