Dall’Armistizio a Gladio: il doppiogioco tra Roma e Washington
Per decenni la storia dei servizi segreti italiani è stata raccontata più o meno sempre allo stesso modo: c’era un burattinaio a Washington, e Roma tirava i fili solo quando gliel’ordinavano. È una versione comoda, quasi rassicurante se le trame oscure della Repubblica sono decise altrove, almeno si sa dove guardare. Il problema è che, archivi alla mano, non regge del tutto.
A dirlo non è un pamphlet, ma un lavoro storiografico vero e proprio: “I servizi segreti italiani e l’intelligence USA. Da Gladio alla strategia della tensione”, di Niccolò Petrelli, uscito per Carocci nella collana Studi Storici. Il libro copre trent’anni buoni di storia, dall’Armistizio del 1943 fino al lento spegnersi delle strutture clandestine a metà anni Settanta, e lo fa incrociando documenti declassificati sia americani che italiani, non uno dei due archivi soltanto, il che già di per sé cambia parecchio il tipo di racconto che ne esce.
Dalla vera dipendenza del 1943 al post SIFAR
All’inizio, va detto, il quadro che descrive Petrelli è proprio quello del rapporto coloniale. Nell’autunno del ’43 il Servizio Informazioni Militari italiano, quello che restava di un paese spaccato in due, con le istituzioni in frantumi, dipendeva dagli alleati per tutto: soldi, mezzi, indicazioni operative, persino la legittimità politica arrivava dall’OSS americano. Su questo punto il libro non fa sconti: la subordinazione c’è stata, ed è stata pesante.
Quello che cambia, secondo Petrelli, è quanto sia durata: meno di quanto si pensi.
Con la nascita della Repubblica e il consolidarsi del blocco occidentale, il passaggio dal SIM al SIFAR segna uno spartiacque. Gli ufficiali italiani condividevano con gli americani un anticomunismo tutt’altro che di facciata, ma proprio quella condivisione di obiettivi diventa, paradossalmente, lo spazio in cui l’intelligence italiana comincia a muoversi con margini propri. Non più semplice esecutrice, ma interlocutrice, a volte scomoda, della CIA. Il libro parla di una relazione fatta di convergenza sui grandi obiettivi ma anche di attriti burocratici concreti, diffidenze reciproche, e l’espressione usata è efficace , veri “dialoghi tra sordi” su singoli programmi operativi.
Gladio
Il capitolo forse più delicato è quello dedicato a Gladio, la rete Stay-Behind nata in ambito NATO per un’eventuale invasione sovietica. Anche qui Petrelli rifiuta la lettura più semplice, quella della pedina italiana mossa da Washington. Quello che emerge dai documenti è più sottile: SIFAR prima e SID poi si appoggiavano sì alla struttura e ai fondi messi a disposizione dagli Stati Uniti, ma per finalità che spesso avevano poco a che fare con la pianificazione militare anti-sovietica che stava a cuore agli americani. L’interesse italiano era altrove: nel contenimento del PCI, nella gestione dell’ordine pubblico interno. Stessa infrastruttura, obiettivi diversi. Ed è proprio in questo scarto che si annidano, secondo il libro, buona parte delle frizioni tra i due apparati.
Gli anni Settanta e il Club di Berna
Nell’ultima parte il racconto arriva agli anni della contestazione e del terrorismo, quando il quadro internazionale cambia e con esso i canali di raccordo tra Roma e Washington. Nascono sedi di coordinamento come il cosiddetto “Club di Berna”, pensate per gestire minacce ormai diverse da quelle degli anni Cinquanta, mentre Gladio avvia il suo declino operativo.
Quello che colpisce di più, leggendo le recensioni che ha già raccolto il libro, è la scelta di Petrelli di restare aderente alle carte anche dove la tentazione dietrologica sarebbe forte. Non è un testo che randomizza ipotesi: ogni affermazione è ancorata a un documento specifico, italiano o americano che sia. Il che, in un campo dove per anni ha prevalso la suggestione sulla verifica, è già un risultato.




