Corruzione al Palazzo di Giustizia di Ugo Betti
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14 Agosto 2026

Corruzione al Palazzo di Giustizia di Ugo Betti

"Chi è stato a stabilire che una cosa è giusta e l'altra no? Noi sappiamo benissimo che le cose... sono quel che sono, tutte uguali. Ecco perché noi giudici siamo tutti degli ipocriti, tutti pieni di salsicce irrancidite!"

di Jasmine Gheorghe

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Ugo Betti, drammaturgo e magistrato, nel 1944 compone un dramma in tre atti dalla natura unica, perché come nucleo ha un caso di corruzione che sconvolge un Palazzo di Giustizia. Ambientato «in una città straniera ai nostri giorni», Corruzione al Palazzo di Giustizia viene rappresentato per la prima volta nel 1949, al Teatro delle Arti di Roma, e negli anni seguono varie rielaborazioni televisive e cinematografiche. Sono celebri ad esempio lo sceneggiato RAI del 1966 e il film del 1974.

Con l’edizione Rogas, per la collana “Gli Irregolari”, il capolavoro teatrale di Betti torna con una nuova veste, dimostrando la propria attualità, ancora oggi, come spiegato anche dal magistrato e sindaco di Napoli Luigi de Magistris e dalla professoressa di Letteratura Carla Carotenuto, che hanno rispettivamente curato la prefazione e introduzione dell’opera.

Glauco Mauri e Tino Buazzelli in una scena della miniserie RAI (1966).

Il Palazzo di Giustizia è il centro dell’azione. Qui viene infatti trovato il cadavere del faccendiere Ludvi-Pol, evento che scatena immediatamente il caos e che dà avvio a un’inchiesta, condotta dal Consigliere Erzi, su tutti i giudici della sezione Grandi Cause del Palazzo.

Dapprima le accuse sembrano convergere verso l’anziano e fragile Presidente Vanan, la cui figlia Elena è sconvolta a tal punto da uccidersi. Ma lentamente viene alla luce un’intera trama di lotta per la successione alla medesima carica, contesa dai giudici Croz e Cust – da notare i nomi volutamente fantasiosi dei protagonisti, tranne quello della “pura” Elena.

La situazione degenera fino a che Cust non diventa effettivamente il successore di Vanan, anche se pieno di rimorso, proprio per via della sua colpa. Decide così di andare a confessare la verità all’Alto Revisore, che raggiungerà mediante una lunga e simbolica scalinata verso la redenzione.

Al centro dell’opera di Betti vi sono i temi universali di Bene, Male, Colpa… e soprattutto c’è la Corruzione, intesa come sistema complesso, raffinato.

I protagonisti sono perennemente in balia della propria frattura psicologica, condizione che li porta a desiderare, in maniera costante, di capirsi. E lo stesso deve fare lo spettatore contemporaneo, che assiste alle vicende dell’opera, in uno scambio e presa di coscienza costanti.

Il Palazzo, infetto e maligno come gli ingiusti al suo interno, appare quasi come un non-luogo, un altrove generico che tuttavia rimane attuale proprio per questa sua natura. Del resto, la vicenda narrata e la maledizione della corruzione sono fatti che possono accadere sempre, poiché sono senza tempo.

Il palazzo poi è la miniera, è il pozzo, è il nido, del malcontento, dei sussurri.

Corruzione al Palazzo di Giustizia, come definito dallo stesso Ugo Betti, è del resto un romanzo collettivo, che parla di tutta l’epoca novecentesca, di quel mondo e di tutti. E ciò vale ieri come oggi.