La “Donald J. Trump Highway” e il ruolo strategico delle infrastrutture

L’annuncio secondo cui il Marocco avrebbe deciso di intitolare a Donald J. Trump la nuova autostrada tra Tiznit e Dakhla ha attirato l’attenzione della stampa internazionale ben oltre il valore simbolico dell’iniziativa. L’infrastruttura, lunga circa mille chilometri lungo la costa atlantica meridionale, rappresenta uno dei principali investimenti pubblici del Regno, con un costo stimato di circa un miliardo di dollari. Se confermata, la scelta del nome trasformerebbe però un’opera destinata a migliorare la connettività del Paese in un messaggio politico rivolto tanto all’opinione pubblica internazionale quanto ai partner strategici di Rabat.
Più che celebrare un leader straniero, infatti, l’intitolazione sembrerebbe riflettere una trasformazione della diplomazia contemporanea, nella quale il rapporto tra Stati tende sempre più spesso a essere personalizzato attraverso le figure dei leader politici.
Le infrastrutture come strumenti di politica estera
Negli studi sulle relazioni internazionali, le infrastrutture non sono più considerate esclusivamente strumenti di sviluppo economico. Strade, porti, ferrovie e corridoi logistici sono ormai interpretati come strumenti di infrastructure statecraft: opere che consentono agli Stati di consolidare alleanze, proiettare influenza e rafforzare la propria posizione geopolitica.
La costruzione di un’infrastruttura produce infatti effetti che vanno oltre la dimensione economica. Essa modifica gli equilibri commerciali, crea dipendenze logistiche, orienta i flussi regionali e contribuisce alla costruzione di una precisa narrativa strategica. Per questo motivo le grandi opere rappresentano oggi una componente della competizione internazionale tanto quanto gli accordi diplomatici o le partnership militari.
Il personalismo della diplomazia trumpiana
È proprio in questa prospettiva che assume rilievo la scelta di dedicare l’autostrada a Donald Trump e non, ad esempio, agli Stati Uniti o agli Accordi di Abramo.
La decisione richiama direttamente uno dei provvedimenti più significativi della prima amministrazione Trump: il riconoscimento, nel dicembre 2020, della sovranità marocchina sul Sahara Occidentale. Quel riconoscimento, inserito nel quadro degli Accordi di Abramo e della normalizzazione delle relazioni tra Marocco e Israele, rappresentò una svolta nella posizione americana su una delle questioni più sensibili della politica estera marocchina.
Dal punto di vista di Rabat, quel risultato è rimasto indissolubilmente legato alla figura del presidente che lo rese possibile. Sebbene l’amministrazione Biden abbia mantenuto formalmente la decisione senza enfatizzarla sul piano politico, il capitale simbolico dell’iniziativa continua a essere attribuito alla leadership di Trump.
L’eventuale “Donald J. Trump Highway” diventa quindi l’espressione di una diplomazia fortemente personalizzata. È un tratto che caratterizza la stessa concezione trumpiana delle relazioni internazionali, spesso costruite attorno ai rapporti diretti tra leader più che alle tradizionali dinamiche istituzionali. In questo senso, il riconoscimento non viene ricordato come una scelta degli Stati Uniti, ma come il risultato dell’azione di Donald Trump, trasformando una decisione di politica estera in un’eredità personale.
Il corridoio Tiznit-Dakhla nella strategia marocchina
La rilevanza dell’iniziativa emerge anche dalla natura dell’infrastruttura stessa. L’asse Tiznit-Dakhla costituisce uno dei pilastri della strategia con cui Rabat punta a rafforzare la propria proiezione verso l’Africa occidentale.
La nuova arteria collega infatti la parte settentrionale del Paese con Dakhla, città destinata a diventare uno dei principali hub logistici del Marocco grazie al progetto del porto di Dakhla Atlantique. L’obiettivo è consolidare il ruolo del Regno come piattaforma commerciale tra Europa e Africa, rafforzando al contempo la presenza economica marocchina nell’Africa subsahariana.
L’infrastruttura assume quindi una duplice funzione: da un lato migliora l’integrazione territoriale e commerciale, dall’altro consolida, anche sul piano materiale, la presenza dello Stato marocchino nel Sahara Occidentale, conferendo una dimensione concreta alla strategia di Rabat su un territorio ancora oggetto di disputa internazionale.
La diplomazia dei simboli
L’episodio evidenzia una tendenza più ampia della politica internazionale contemporanea: la crescente importanza della dimensione simbolica nella costruzione delle relazioni tra Stati.
Se in passato il linguaggio diplomatico passava prevalentemente attraverso trattati, comunicati congiunti e visite ufficiali, oggi le infrastrutture, i monumenti e persino le intitolazioni contribuiscono a definire il posizionamento internazionale di un Paese. Non si limitano a ricordare eventi del passato, ma orientano il modo in cui tali eventi vengono interpretati e trasmessi nel tempo.
Nel caso marocchino, l’eventuale intitolazione della nuova autostrada suggerisce che la relazione privilegiata con Washington venga narrata attraverso la figura del leader che più di ogni altro ha modificato la posizione americana sul Sahara Occidentale.
Oltre l’autostrada
Al di là dell’effettiva denominazione dell’opera, la vicenda offre uno spunto di riflessione sul rapporto tra leadership politica e politica estera. Se durante la presidenza Trump il personalismo è diventato una cifra distintiva dell’azione internazionale statunitense, la possibile “Donald J. Trump Highway” mostra come questa impostazione possa produrre effetti che sopravvivono al mandato presidenziale e si riflettono persino nello spazio fisico.
L’infrastruttura diventa così molto più di una strada: rappresenta la materializzazione di una relazione diplomatica costruita attorno a una leadership individuale. In questo senso, la scelta di Rabat non racconta soltanto il valore attribuito al partenariato con gli Stati Uniti, ma anche come la crescente centralità dei leader stia ridefinendo il linguaggio stesso delle relazioni internazionali, dove la memoria di una decisione politica può essere affidata non a un trattato, bensì al nome inciso su un’infrastruttura destinata a durare nel tempo.




