L’arte degli alberi di fuoco e fiori d’argento (Huǒ shù yín huā, 火树银花)
Zolfo, sughero, titanio, pece, magnesio, mercurio, nerofumo, antimonio, alluminio, acido gallico: sono solo alcune delle molteplici sostanze chimiche che, opportunamente lavorate, danno origine a spettacolari fuochi artificiali. È proprio tra il loro incandescente nucleo centrale (carica d’apertura) e l’involucro esterno di spesso cartone che vengono disposti minuziosamente i piccoli agglomerati di polvere nera – quest’ultima accompagnata da altri composti chimici – altrimenti chiamati stelle. Bruciando, questi corpi solidi compatti rilasciano brillanti scie luminose e sprigionano fiamme dai colori vivaci e accesi. La carica, costituita da una miscela esplodente, viene posizionata al centro dell’involucro, per essere poi innescata da uno strumento a lenta combustione, chiamato spoletta. Una volta provocata la deflagrazione, le stelle vengono proiettate ad alta velocità nel cielo e, a una a una, disegnano le particolari geometrie che riflettono in modo preciso l’ordine originario di assemblaggio.
“Ogni architettura è grande dopo il tramonto: forse l’architettura è veramente un’arte notturna, come quella dei fuochi artificiali” (Gilbert Keith Chesterton)
È nella dimensione della notte che l’arte pirotecnica affonda le sue radici: si torna indietro nel tempo, fino all’istante in cui una scoperta casuale divenne l’ardente miccia di una straordinaria innovazione. Nata, presumibilmente, in Cina, tra il IX-X secolo d.C., fu proprio la polvere da sparo, una miscela di nitrato di potassio (il salnitro), carbone vegetale e zolfo. Si pensa che in origine, la polvere pirica venisse impiegata per la produzione di frecce incendiarie, oppure per creare, in occasione di feste e cerimonie, effetti simili ai moderni fuochi d’artificio. Utilizzata ben presto per scopi bellici, ne ritroviamo una prima menzione all’interno di una raccolta di tecniche militari scritta durante la dinastia Song nel 1044: il Wujing Zongyao.
Nel corso dell’XI secolo d.C., divenne comune l’impiego della polvere nera per fabbricare armi da guerra più avanzate, tra le quali si ricordano le temibili bombe esplosive. Durante il 1126, anziché utilizzare i cilindri di bambù per lanciare i proiettili, vennero prodotte delle canne di metallo, dando vita (forse) al più antico prototipo di cannone. Tuttavia, la difficoltà di realizzare canne metalliche in grado di sopportare l’esplosione, portò alla convinzione che, in Cina, la famosa miscela venisse limitata principalmente ai fuochi d’artificio realizzati per scopi cultuali. Dalla Cina, l’invenzione della polvere esplosiva raggiunse, con l’espansione mongola, anche il Giappone e l’Europa: nonostante alcuni studi sostengano la tesi di una scoperta autonoma in ambito europeo, rimane accredita l’ipotesi che siano state le popolazioni mongole ad introdurre la polvere da sparo in contesti occidentali durante l’invasione dell’Ungheria nel 1241 guidata da Ögodei Khan.
La ricetta per produrre la nuova sostanza, nota anche come neve (oppure sale) cinese, iniziò ad essere tramandata rapidamente nei laboratori degli alchimisti: nel 1245, infatti, mediante l’ anagramma Luru Vopo Vir Can Utri – che sbrogliato sta per r(ecipe) VII part(es): V nove(ellae): corul(i) V [sulphuris]- il filosofo Ruggero Bacone ne suggerì una composizione simile alla formula odierna: “Sed tamen salis petrae luru vopo vir can utri et sulphuris; et sic facies tonitrum et coruscationem si scias artificium.” (Ma tuttavia prendi sette parti di salpetra, cinque parti di nocciolo giovane e cinque di zolfo; e così, se conosci l’artificio, farai tuono e lampo. trad, ita.).
Con un enigmatico linguaggio, la polvere da sparo fu riprodotta, seppur su scala ridotta, per rendere le feste popolari, le sacre rappresentazioni e gli eventi pubblici ancora più spettacolari. Bisognerà aspettare il 1785 per vedere tale incantesimo perfezionato: fu proprio grazie all’introduzione del clorato di potassio da parte di Claude-Louis Berthollet che i fuochi d’artificio divennero…colorati. Così, l’arte della pirotecnica veniva, di volta in volta, arricchita da nuove miscele capaci di ricreare molteplici effetti visivi e sonori. La maestosa evoluzione della polvere nera rimane tuttora una tecnica profondamente simbiotica in cui i fuochi colorati si intrecciano costantemente con l’ambiente circostante. Giocando con lo spazio, il rumore, la luce e la viva combustione si amplificano: come lo straordinario Shuhari di Yoshitoshi Shinomiya (cfr. A New Dawn), il fuoco d’artificio emerge dal cielo notturno, e si riversa sulle distese d’acqua, trasformando in un’immagine cosmica e suggestiva il paesaggio naturale.
“E il mare, riflettendo nella notte quei mille colori vacillanti, appariva levigato.” (Banana Yoshimoto)




