Il Ciad
Uno Stato-crocevia tra transizione incompiuta, guerre altrui e crisi dimenticata
Nel cuore del Sahel, tra il lago che porta il suo nome e i confini con Libia, Sudan, Niger, Nigeria, Camerun e Repubblica Centrafricana, il Ciad continua a rappresentare una delle situazioni più fragili e meno raccontate del continente africano. Uno Stato grande quasi quattro volte l’Italia, ricco di petrolio e risorse minerarie, che fatica però a tradurre quella ricchezza in stabilità per una popolazione stretta fra crisi regionali che si alimentano a vicenda.
Una transizione complessa
Dal 2021, dopo la morte di Idriss Déby Itno – al potere per trent’anni – il Paese vive sotto la guida del figlio, il generale Mahamat Idriss Déby Itno, che ha guidato la fase di transizione e ha poi vinto le elezioni presidenziali del maggio 2024 con il 61% dei consensi. Il percorso verso la normalizzazione istituzionale era passato l’anno precedente dal referendum costituzionale, approvato con una larghissima maggioranza a favore della forma unitaria dello Stato accompagnata da un forte decentramento amministrativo. Sulla carta, un processo che avrebbe dovuto chiudere la fase più acuta dell’incertezza post-Déby; nei fatti, la cornice istituzionale convive ancora con un clima politico teso, segnato da episodi di violenza come l’attacco al palazzo presidenziale di N’Djamena dell’8 gennaio 2025, costato la vita a diciannove persone.
L’onda lunga
A rendere ancora più critica la situazione interna è soprattutto la guerra civile sudanese, che da oltre tre anni riversa nell’est del Paese un flusso ininterrotto di profughi: sono ormai quasi un milione, tra rifugiati e rimpatriati, le persone accolte in un’area diventata di fatto una gigantesca zona di accoglienza permanente. Le strutture sono al limite, mancano acqua, cibo e servizi essenziali, e la gestione quotidiana dei campi è resa ancora più difficile dalla scarsità di finanziamenti internazionali destinati a quella che viene ormai definita una crisi umanitaria dimenticata.
UN PAESE ACCERCHIATO
Sul fronte occidentale, attorno al bacino del lago Ciad, restano attive le milizie jihadiste legate a Boko Haram e alla sua costola dello Stato Islamico dell’Africa occidentale, responsabili di attacchi ricorrenti contro postazioni militari e villaggi. A sud, la persistente instabilità della Repubblica Centrafricana alimenta un ulteriore flusso di rifugiati. Il Ciad si trova così stretto in un sistema di crisi regionali che si rafforzano a vicenda, mentre al proprio interno riemergono tensioni intercomunitarie fra popolazioni cristiane e musulmane, spesso strumentalizzate da chi ha interesse ad attribuire a fratture etniche o religiose problemi che restano, in primo luogo, politici ed economici.
Petrolio, minerali e interessi esterni
Le risorse energetiche e minerarie ciadiane restano al centro delle attenzioni internazionali: gli Stati Uniti considerano il Paese parte di una strategia di diversificazione degli approvvigionamenti petroliferi imperniata sul golfo di Guinea, mentre la Cina ha progressivamente rafforzato la propria presenza economica nella regione, già significativa nel vicino Sudan. Sul piano interno, però, questa ricchezza fatica a tradursi in sviluppo diffuso: petrolio e materie prime finiscono spesso per alimentare logiche di potere e rendite concentrate più che una crescita condivisa, in un contesto dove prosperano anche traffici d’armi ed economie parallele legate ai conflitti regionali.
Il ritiro dalla corte penale internazionale
A giugno 2026 N’Djamena ha ufficializzato l’uscita dallo Statuto di Roma, seguendo la scia già tracciata dai tre Paesi della Confederazione degli Stati del Sahel – Mali, Burkina Faso e Niger. Il governo ciadiano ha motivato la decisione con una revisione critica dell’operato della Corte, denunciando una selettività geografica nelle indagini aperte dal 2002, in gran parte concentrate su Paesi africani. La scelta si inserisce in una tendenza più ampia di riposizionamento di diversi governi della fascia sahelo-saheliana rispetto alle istituzioni multilaterali occidentali, e segna un ulteriore elemento di distanza tra N’Djamena e i meccanismi di giustizia internazionale
Uno sviluppo ancora da costruire
Il Ciad resta dunque un Paese in bilico: dotato di risorse potenzialmente decisive per il proprio sviluppo, ma schiacciato da una combinazione di fragilità istituzionale, pressione demografica dei rifugiati, minaccia jihadista e crisi ambientale legata al prosciugamento del lago che porta il suo nome. La strada aperta dal nuovo assetto costituzionale e dalle elezioni del 2024 offre una cornice formale di stabilità, ma la tenuta reale dello Stato ciadiano dipenderà dalla capacità – finora incerta – di trasformare le risorse del sottosuolo in condizioni di vita dignitose per una popolazione già stremata dalle guerre altrui che si combattono, ogni giorno, appena oltre i suoi confini.




