Il Laos tra stabilità apparente e dipendenza cinese
Nel cuore della penisola indocinese, senza sbocco sul mare e incuneato tra Cina, Vietnam, Cambogia, Thailandia e Myanmar, il Laos attraversa nel 2026 una fase che i suoi stessi dirigenti definiscono di «consolidamento». Dopo anni segnati da inflazione a doppia cifra, crollo della moneta nazionale e allarmi ricorrenti su un possibile default, la Repubblica Democratica Popolare Lao mostra segnali di stabilizzazione macroeconomica. Ma si tratta, secondo la quasi totalità degli osservatori internazionali, di una stabilità precaria, costruita su fondamenta ancora fragili e su una dipendenza strutturale da Pechino che continua ad approfondirsi anno dopo anno.
Un partito unico, una transizione già scritta
Il gennaio 2026 ha segnato uno snodo politico rilevante per il Paese: il 12° Congresso nazionale del Partito Popolare Rivoluzionario Lao (LPRP), riunito a Vientiane con oltre ottocento delegati, ha confermato Thongloun Sisoulith alla guida del Comitato Centrale come Segretario Generale per il quinquennio 2026-2030, ruolo che il leader ottantenne cumula con quello di Presidente della Repubblica. Al suo fianco sono stati nominati Vilay Lakhamfong come membro permanente della Segreteria e Vansay Phornsavanh alla guida della Commissione Centrale di Ispezione, mentre il nuovo Politburo conta tredici membri e il Comitato Centrale settantatré, sostenuti da quindici membri supplenti.
Il Laos resta, senza ambiguità, uno Stato a partito unico privo di qualunque prospettiva di pluralismo politico. Gli osservatori del Bertelsmann Transformation Index descrivono un ulteriore accentramento del potere nelle mani delle famiglie storiche del regime — i clan Phomvihane e Siphandone in primo luogo — mentre la partecipazione politica e i diritti civili restano fortemente compressi. Il Congresso ha comunque adottato un impianto programmatico di lungo periodo, la cosiddetta «Visione 2055», che coincide con il centenario del partito e fissa l’obiettivo, tanto ambizioso quanto lontano, di trasformare il Laos in un Paese a reddito medio-alto dotato di un’economia moderna.
Gli analisti del think tank East Asia Forum leggono in filigrana due possibili traiettorie per gli anni a venire: da un lato la conferma dei quadri rivoluzionari storici, affiancati da una crescente componente tecnocratica nella gestione economica; dall’altro un progressivo ricambio generazionale che porterebbe i tecnocrati a occupare posizioni di maggiore responsabilità. La riforma costituzionale del 2025 e la contestuale ristrutturazione dei ministeri, con l’accorpamento di diversi dicasteri, sono già state lette come un primo passo in questa direzione, coerente con la visione di un’economia «indipendente e autosufficiente» più volte richiamata da Thongloun.
Una ripresa economica reale ma esposta
Sul piano economico, i dati del primo semestre 2026 raccontano un Paese in ripresa. Il Primo Ministro Sonexay Siphandone ha annunciato il 6 luglio, davanti alla sessione straordinaria dell’Assemblea Nazionale, una crescita del prodotto interno lordo del 5% nei primi sei mesi dell’anno, in accelerazione rispetto al 4,8% dello stesso periodo del 2025, trainata da servizi, industria, turismo e manifatturiero. Il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale confermano la tendenza: la crescita 2025 si è attestata al 4,8%, superiore alla media 2021-2025, mentre l’inflazione è scesa al 5,6% dopo anni di rialzi a doppia cifra.
A marzo 2026 le riserve internazionali hanno raggiunto il livello record di 4,2 miliardi di dollari, pari a 3,8 mesi di importazioni. È un progresso significativo per un Paese che solo pochi anni fa rischiava lo scenario sri-lankese di default sovrano. Ma il rapporto di giugno della Banca Mondiale, intitolato non a caso «Consolidare lo slancio riformatore in un contesto di volatilità», insiste su un punto: i progressi restano fragili e fortemente esposti agli shock esterni. Lo shock petrolifero dei primi mesi del 2026 ha fatto quasi raddoppiare, al picco, i prezzi di benzina e diesel sul mercato interno, colpendo direttamente il potere d’acquisto delle famiglie. Il servizio del debito pubblico è atteso quest’anno al 13% del PIL, una soglia che limita severamente lo spazio fiscale disponibile per sanità, istruzione e protezione sociale.
La Banca Mondiale ha raccomandato al governo di mantenere una disciplina fiscale e monetaria rigorosa, rafforzare la riscossione delle entrate interne — storicamente debole — e introdurre trasferimenti monetari mirati per le famiglie più esposte al rincaro di carburanti e beni alimentari. Resta inoltre aperto, e sempre più urgente, l’obiettivo dell’uscita dal novero dei Paesi meno sviluppati (Least Developed Countries), già rinviato dal 2021 al 2026 e ora, secondo diverse analisi, verosimilmente destinato a slittare ulteriormente verso il 2030.
L’ombra lunga di pechino
Il vero nodo strutturale dell’economia laotiana resta il rapporto con la Cina. Secondo i dati compilati da AidData, il debito pubblico e garantito del Laos verso creditori cinesi ha superato, considerando anche le componenti «nascoste» legate al finanziamento della ferrovia Laos-Cina, i 17 miliardi di dollari, una cifra prossima al 90% del PIL nazionale se si includono le passività delle imprese statali. Pechino resta di gran lunga il primo creditore bilaterale: i soli pagamenti verso le banche cinesi dovrebbero attestarsi intorno ai 700 milioni di dollari l’anno fino al 2028.
Il debito è in larga parte legato a due grandi filoni infrastrutturali collegati alla Belt and Road Initiative: la ferrovia ad alta velocità Vientiane-Boten, costata circa 6 miliardi di dollari e inaugurata alla fine del 2021, e il vasto programma di dighe idroelettriche sul Mekong e sui suoi affluenti, costruito attorno allo slogan governativo della «Batteria del Sud-Est asiatico». Tra il 2009 e il 2023 la capacità idroelettrica installata è aumentata di quattordici volte, con 23 miliardi di dollari di nuovi investimenti; una parte rilevante degli impianti e delle linee di trasmissione è oggi controllata da imprese statali cinesi, inclusa la compagnia elettrica nazionale Électricité du Laos, divenuta a sua volta a maggioranza cinese in alcune sue diramazioni.
Il presidente Thongloun continua a respingere pubblicamente l’idea che il Paese sia caduto in una «trappola del debito» cinese, e diversi analisti concordano sul fatto che la definizione sia una semplificazione eccessiva: anche Giappone, Thailandia, Vietnam, Malesia, Corea del Sud e istituzioni finanziarie multilaterali hanno finanziato una parte consistente delle dighe. Resta però il fatto che l’asimmetria di potere negoziale tra Vientiane e Pechino si è progressivamente approfondita, riducendo lo spazio di manovra della diplomazia laotiana e rendendo il Paese, secondo la definizione di un ricercatore di AidData, semplicemente «incapace di permettersi di inimicarsi o alienarsi il proprio maggiore creditore esterno».
Ambiente, confini e criticità sociali
Sul fronte ambientale, il 2024 aveva già fatto registrare un aumento inatteso del tasso di deforestazione e una nuova, grave alluvione che ha colpito soprattutto il nord-ovest del Paese; le pressioni ambientali restano intense nel 2026, alimentate anche dall’espansione delle concessioni minerarie e delle piantagioni, in evidente contraddizione con gli impegni ufficiali assunti dal governo in materia di sviluppo sostenibile. Nelle aree remote e montuose di confine, il traffico di stupefacenti e il commercio illegale di fauna selvatica gestiti da reti criminali transnazionali restano largamente fuori dal controllo delle autorità centrali, un problema che lega il Laos alle dinamiche più ampie del cosiddetto Triangolo d’Oro sud-est asiatico.
Sul piano regionale, Vientiane ha chiuso nel 2025 il proprio turno alla presidenza di turno dell’ASEAN, utilizzando l’incarico per rafforzare il proprio profilo di partner affidabile e sostenitore della stabilità e della cooperazione economica regionale. Il Primo Ministro Sonexay Siphandone ha partecipato attivamente ai vertici ASEAN del 2026, mentre lo stesso Thongloun ha intrattenuto rapporti diplomatici attivi anche al di fuori della regione, incluse le celebrazioni per l’anniversario della Vittoria a Mosca lo scorso maggio, su invito del presidente russo Vladimir Putin — un segnale non trascurabile della strategia laotiana di bilanciamento tra più partner internazionali, dalla Cina alla Russia, dal Vietnam ai Paesi ASEAN.
Uno sviluppo a debito, tra promesse e vincoli
Il Laos del 2026 si presenta dunque come un Paese sospeso tra due narrazioni difficilmente conciliabili. Da un lato quella ufficiale, fondata su una crescita economica solida, riserve valutarie record e un sistema politico presentato come stabile e coeso dietro la guida di un partito unico saldamente ancorato al potere. Dall’altro quella, altrettanto documentata, di uno Stato strutturalmente indebitato, esposto agli shock energetici e finanziari globali, privo di reali contrappesi democratici e sempre più condizionato, nelle proprie scelte infrastrutturali ed energetiche, dagli interessi del vicino cinese. Il traguardo del 2055, fissato dal Partito come orizzonte per l’uscita definitiva dalla condizione di Paese in via di sviluppo, misurerà nei prossimi decenni se la leadership lao riuscirà davvero a trasformare la propria retorica di autosufficienza economica in una traiettoria di sviluppo autonoma, o se la dipendenza da Pechino finirà per diventare, come temono molti osservatori, una condizione strutturale e permanente.




