Rhodesia: lo Stato che non fu mai riconosciuto se non al cinema
Nel cuore dell’Africa australe, tra il fiume Zambesi e il Limpopo, esistette per quindici anni uno Stato che il mondo intero, con la sola eccezione del Sudafrica dell’apartheid e del Portogallo salazarista, si rifiutò ostinatamente di riconoscere. Si chiamava Rhodesia, prendeva il nome da Cecil Rhodes, il magnate ed esploratore che nell’Ottocento aveva esteso l’influenza britannica su quei territori attraverso la sua British South Africa Company, e rappresenta ancora oggi uno dei casi più istruttivi di come una minoranza bianca abbia tentato, fino all’ultimo, di trattenere il potere in un continente che stava rapidamente decolonizzandosi.
Dalla colonia autonoma alla federazione
La Rhodesia del Sud, distinta fin dal 1911 dalla Rhodesia del Nord (l’odierno Zambia), ottenne nel 1923 lo status di colonia autonoma della Corona britannica, con un proprio parlamento eletto su base censitaria che di fatto escludeva la stragrande maggioranza della popolazione nera. Per trent’anni la colonia visse una crescita economica sostenuta, trainata dall’agricoltura commerciale e dall’estrazione mineraria, mentre si consolidava un sistema di segregazione razziale che, pur non identico a quello sudafricano, ne condivideva l’impianto di fondo: terre migliori riservate ai coloni bianchi, diritti politici negati alla maggioranza africana.
Nel 1953 Londra tentò la via della federazione, accorpando Rhodesia del Sud, Rhodesia del Nord e Nyasaland (l’odierno Malawi) in un’unica entità amministrativa, la Federazione della Rhodesia e del Nyasaland. L’esperimento durò appena dieci anni: la spinta indipendentista dei territori a maggioranza nera, che nel 1964 sarebbero diventati Zambia e Malawi, rese insostenibile un’unione pensata per prolungare l’egemonia bianca, e la federazione si sciolse nel 1963.
La dichiarazione unilaterale d’indipendenza
È in questo contesto che matura la svolta decisiva. Mentre l’intero continente africano procede verso l’indipendenza sotto governi a maggioranza nera, la minoranza bianca della Rhodesia del Sud, circa duecentoventimila persone su una popolazione complessiva di oltre quattro milioni, rifiuta la prospettiva di una transizione verso il principio del ‘one man, one vote’. Il 11 novembre 1965 il primo ministro Ian Smith, alla guida del Fronte Rodesiano, proclama la Dichiarazione unilaterale d’indipendenza (UDI) dal Regno Unito, ricalcando volutamente nella forma la dichiarazione d’indipendenza americana del 1776.
Per la prima volta dai tempi di Cromwell, un governo coloniale britannico si ribellava alla Corona: ma questa volta a farlo era una minoranza che voleva impedire, non ottenere, l’autogoverno della maggioranza.
La reazione internazionale è compatta. Le Nazioni Unite impongono sanzioni economiche obbligatorie, le prime della loro storia contro uno Stato, e nessun governo al mondo riconosce la Rhodesia come soggetto sovrano. Il Regno Unito considera l’UDI un atto di ribellione illegale, ma esclude un intervento militare diretto. Nasce così un’anomalia che durerà fino al 1979: uno Stato di fatto, dotato di governo, moneta, forze armate e confini definiti, ma privo di qualunque riconoscimento diplomatico formale.
La guerra civile e l’isolamento
Isolata sul piano diplomatico ed economico, la Rhodesia di Ian Smith sopravvive per oltre un decennio grazie al sostegno, più o meno dichiarato, del Sudafrica e del Portogallo, e attraverso un sofisticato sistema di elusione delle sanzioni che coinvolge intermediari internazionali e triangolazioni commerciali. Sul piano interno, tuttavia, l’esclusione politica della maggioranza nera alimenta dalla metà degli anni Sessanta un conflitto armato crescente, la cosiddetta Rhodesian Bush War, condotto dalle formazioni guerrigliere della ZANU di Robert Mugabe e della ZAPU di Joshua Nkomo contro l’esercito e la polizia rodesiani.
Il conflitto, che si intensifica progressivamente negli anni Settanta anche grazie all’appoggio logistico offerto ai movimenti indipendentisti dal Mozambico e dallo Zambia ormai indipendenti, costringe Smith a cercare una via d’uscita negoziata. Nel 1978 nasce un accordo interno con alcune componenti moderate della leadership nera, che porta nel 1979 alla breve e mai riconosciuta esperienza dello Zimbabwe Rhodesia, guidata dal vescovo Abel Muzorewa: un tentativo di transizione controllata che i movimenti guerriglieri più radicali respingono e che la comunità internazionale continua a non riconoscere.
Lancaster house e la nascita dello zimbabwe
La soluzione definitiva arriva soltanto alla fine del 1979, quando il nuovo governo conservatore di Margaret Thatcher convoca a Londra la conferenza di Lancaster House. L’accordo, firmato il 21 dicembre 1979 da tutte le parti in causa, inclusi Mugabe e Nkomo, prevede il ritorno temporaneo della colonia sotto amministrazione britannica diretta, un cessate il fuoco e elezioni libere a suffragio universale. Le elezioni del febbraio 1980 sono vinte nettamente dalla ZANU di Robert Mugabe, e il 18 aprile 1980 nasce ufficialmente lo Zimbabwe indipendente, riconosciuto da tutta la comunità internazionale: la parentesi rodesiana si chiude dopo quindici anni esatti di secessione non riconosciuta.
Un fantasma nell’immaginario popolare
Proprio perché mai realmente esistita sulle carte diplomatiche, la Rhodesia è rimasta a lungo, nell’immaginario collettivo occidentale e in particolare in quello italiano degli anni Ottanta, una sorta di sinonimo generico per l’Africa più remota e indistinta, un altrove esotico buono per ogni genere di racconto avventuroso, vero o inventato che fosse. Ne è un piccolo ma significativo esempio cinematografico Troppo forte, la commedia diretta da Carlo Verdone nel 1986, con Alberto Sordi e una sceneggiatura firmata anche da Sergio Leone.
Nel film, il protagonista Oscar Pettinari, generico di Cinecittà con il pallino di diventare un attore d’azione, racconta più volte ai suoi interlocutori un presunto viaggio avventuroso compiuto anni prima proprio in Rhodesia, culminato nella caduta in una palude infestata da caimani, piranha e anaconde durante l’attraversamento di un ponte di liane. L’episodio, diventato uno dei tormentoni più citati del film, non ha alcun fondamento storico o geografico reale: la Rhodesia, va notato, non è un paese caratterizzato da paludi tropicali di quel tipo, e il racconto di Pettinari è costruito apposta come un’iperbole grottesca, la vanteria di un aspirante Indiana Jones di periferia.
Che una nazione scomparsa nel 1980 sia sopravvissuta nell’immaginario popolare italiano soprattutto come sfondo di una millanteria comica la dice lunga su quanto, per l’opinione pubblica occidentale dell’epoca, la vicenda rodesiana fosse percepita come una notizia lontana, più esotismo da rotocalco che questione politica di prima grandezza.
È un dettaglio minore, ma non privo di significato storiografico: mentre la diplomazia internazionale discuteva di sanzioni, di guerriglia e di transizione costituzionale, la Rhodesia entrava nella cultura popolare italiana attraverso il canale, ben più superficiale, della macchietta cinematografica. Un segno, tra i tanti, della distanza che separava la complessità della crisi rodesiana dalla sua percezione diffusa in Europa.
Un’eredità ancora aperta
Lo Zimbabwe che nasce dalle ceneri della Rhodesia eredita profonde disuguaglianze fondiarie, che Mugabe lascerà irrisolte per quasi due decenni prima di avviare, dal 2000, le controverse e violente espropriazioni delle fattorie di proprietà bianca. La vicenda rodesiana resta, ancora oggi, un caso di scuola nel diritto internazionale per la questione del riconoscimento degli Stati, e un capitolo cruciale nella storia della decolonizzazione africana: l’ultimo, tenace tentativo di una minoranza coloniale di opporsi, con le armi e con la forma della legalità formale, all’esito ormai ineluttabile dell’autodeterminazione della maggioranza.




