Combattere a 6mila metri di profondità: così la Russia si prepara alla guerra sui fondali marini
C’è una guerra che non fa rumore, non ha prime pagine quotidiane e si combatte dove il sole non arriva mai: sul fondo degli oceani. Mentre l’esercito russo consuma uomini e mezzi nel tritacarne ucraino, a Mosca c’è chi lavora silenzioso su un altro fronte, molto più freddo e molto più profondo. Letteralmente: fino a 6mila metri sotto il livello del mare.
Il protagonista di questa storia si chiama GUGI, acronimo che sta per Direzione Principale per la Ricerca negli Abissi. Chi in Occidente pensa ancora alla Russia come a un orso ferito, impantanato nel Donbass e prosciugato dalle sanzioni, farebbe bene a dare un’occhiata a cosa bolle in questa unità semi-segreta della Marina russa, che qualcuno ha ribattezzato senza troppa ironia “spetsnaz sottomarino”. Perché mentre i talk show discutono di droni e carri armati, i russi investono su qualcosa di molto più subdolo: la capacità di spegnere, letteralmente, le nostre vite digitali con un taglio netto sul fondo del mare.
Il gioiello di questa flotta invisibile è il Losharik, un mini-sommergibile a propulsione nucleare capace di scendere dove nessun altro mezzo militare occidentale arriva comodamente: fino a 6mila metri. Per capirci, la maggior parte dei sottomarini d’attacco naviga a poche centinaia di metri. Il Losharik gioca in un’altra categoria, quella dei robot da abisso, e viene trasportato “a cavalluccio” dal Belgorod, un sottomarino enorme, lungo quanto un campo di calcio e mezzo, che la propaganda occidentale ha soprannominato “l’apocalisse” per la sua presunta capacità di portare il siluro nucleare Poseidon.
Ma il vero obiettivo di questi mostri d’acciaio non è (solo) l’arma nucleare da fantascienza. È qualcosa di molto più concreto e quotidiano: i cavi sottomarini che portano internet, le comunicazioni finanziarie e persino gli ordini militari da una sponda all’altra dell’Atlantico, e i gasdotti che scaldano le case europee. Tagliare un cavo a 4-5mila metri di profondità significa colpire un’arteria che nessuno riesce a riparare in fretta, e farlo senza sparare un colpo, senza dichiarare guerra, restando nella comoda “zona grigia” dove nessuno può puntarti il dito con certezza.
Ad aprile 2026 il Regno Unito ha dovuto ammettere, dati alla mano, di aver scoperto e monitorato per oltre un mese un’operazione russa nell’Atlantico del Nord: tre sommergibili, due dei quali riconducibili proprio al GUGI, mentre un terzo, un attacco di classe Akula, faceva da diversivo per coprire le tracce degli altri due. Il ministro della Difesa britannico Healey lo ha detto senza troppi giri di parole: la missione era sondare i punti deboli delle infrastrutture sottomarine occidentali. Non manovre, non esercitazioni: ricognizione operativa, il preludio a un sabotaggio vero.
E qui viene il punto scomodo che in tanti in Europa fingono di non vedere. Mentre da noi si discute se aumentare la spesa militare di uno 0,1% in più o in meno, Mosca continua a finanziare programmi costosissimi e altamente specializzati come il GUGI, nonostante il logorio economico della guerra in Ucraina. Non è un segnale di debolezza: è un segnale di priorità. La Russia ha scelto consapevolmente di non tagliare su questo fronte, perché sa che colpire i fondali marini è oggi più redditizio, in termini strategici, che sfondare una linea del Donbass.
L’Italia, va ricordato, è un Paese fatto di penisole, isole e migliaia di chilometri di coste, attraversato da cavi e gasdotti strategici nel Mediterraneo. Non è un problema che si ferma a Londra o Oslo. Un report della commissione sicurezza britannica, nel 2025, ha ammesso con onestà brutale di non essere sicura di poter prevenire un attacco del genere, né di riuscire a ripristinare i collegamenti in tempi accettabili. Tradotto: siamo scoperti, e lo sappiamo.
La lezione, se vogliamo impararla, è semplice: la deterrenza non si fa solo con i caccia e i missili sopra le nuvole, ma anche con sonar, droni subacquei e navi da pattugliamento capaci di controllare quello che accade nell’oscurità degli abissi. Chi in Occidente continua a considerare la difesa una voce di spesa sacrificabile, dovrebbe iniziare a chiedersi cosa succede il giorno in cui internet, luce e gas si spengono tutti insieme, senza preavviso, senza un solo missile russo lanciato. La guerra del futuro, a quanto pare, si combatte già oggi, e si combatte in silenzio, a 6mila metri sotto la superficie.




