Fausto Delle Chiaie, il museo a cielo aperto che se n’è andato con lui
A vederla oggi, con i maestosi palazzoni razionali del Ventennio trasformati in hotel di lusso, chiusa al traffico e piena di macchine dai vetri oscurati da cui salgono e scendono Vip di tutto il mondo, Piazza Augusto Imperatore appare un luogo diverso.
Eppure prima dei lavori di rifacimento del Mausoleo, della chiusura della ZTL Tridente e dell’apertura del Bulgari Hotel, quella piazza è stata un limbo, un simil porticciolo dove attraccare sbrigativamente, parcheggiando in doppia fila.
Osservando la nuova Piazza Augusto Imperatore, quasi completamente ridisegnata, è difficile immaginare quanto fosse diversa fino a pochi anni fa. Prima del progetto di riqualificazione, la piazza possedeva una natura ambigua. Pur trovandosi nel cuore monumentale di Roma, rimaneva uno spazio metafisico, dechirichiano. Era una sorta di vuoto urbano: da attraversare, ma non da vivere.
Tra gli imponenti edifici, il Mausoleo e l’Ara Pacis con il suo cappottone rutell/veltroniano, l’ultima eredità, radicale e popolare, di quella tradizione artistica romana che ha sempre fatto dialogare l’arte con la vita quotidiana, era incarnata da Fausto Delle Chiaie, artista di strada.
A ben vedere dunque, la sua scomparsa, avvenuta negli scorsi giorni ad 82 anni, certifica solamente la fine di un’epoca.
Questo luogo, infatti, è stato “riempito” per oltre trent’anni, tutti i gironi, dalle decine di oggetti che Fausto Delle Chiaie disponeva sul marciapiede: giocattoli recuperati, ferri arrugginiti, fotografie, disegni, oggetti abbandonati che, attraverso accostamenti ironici e poetici, acquistavano una nuova identità.
Di solito chi era di passaggio, anche in maniera distratta, non poteva fare a meno di soffermarsi ad ammirare la fila indiana di piccoli capolavori che terminava con una divertente performance dal vivo.
Davanti ad una foto raffigurante lo stesso artista, scattata davanti all’Ara Pacis, lo spettatore veniva richiamato da un fischio, divenuto iconico, e voltandosi ritrovava il medesimo nell’esatto punto e vestito allo stesso modo della foto. In una sorta di gioco di specchi, che suscitava sempre grande sorpresa.
In questa maniera Delle Chiaie si rivelava, con forza, al pubblico occasionale e involontario.
Anche se può essere annoverato tra i precursori della street art, Delle Chiaie non ha mai lavorato sul muro, come avviene nella tradizione dei graffiti o dei murales. La sua intera opera è stata incentrata sull’assemblaggio, l’installazione effimera, dell’objecttrouvé, la performance quotidiana, ossessivamente ripetuta nel tempo nell’arco di quasi trent’anni.
In un museo, costruito sul rapporto con un luogo preciso in cui non serviva biglietto per accedere e che non conosceva confini né cordoni a tutela delle opere.
Il rapporto tra Piazza Augusto Imperatore è stato per Fausto Delle Chiaie totalizzante.
Quel luogo altro non era, che una propaggine di Piazza del Popolo, collegata al quartiere generale di Delle Chiaie da via di Ripetta, e della sua Scuola.
Tra via Ripetta, Piazza del Popolo e via Margutta esiste da oltre un secolo una vera e propria geografia dell’arte, che Delle Chiaie ha esteso sino a Piazza Augusto Imperatore.
In queste strade hanno avuto gli studi decine di artisti, qui si trova l’Accademia di Belle Arti e lo spazio espositivo adiacente all’Ara Pacis.
Negli anni Sessanta Mario Schifano, Franco Angeli, Tano Festa, Giosetta Fioroni trasformarono questo quartiere nel laboratorio dell’arte contemporanea italiana. Frequentavano il Caffè Rosati, la Galleria La Tartaruga, facendo del Tridente romano un luogo di sperimentazione internazionale.
Delle Chiaie apparteneva a una generazione successiva e ha percorso una strada artistica completamente diversa. Non frequenta il mercato, non ha costruito la sua carriera di galleria, non cercava il museo come approdo finale. Viceversa la sua parabola artistica è stata diametralmente opposta, portando il museo sulla strada.
Era arrivato dopo e parlava un linguaggio diverso.
Ad unire Delle Chiaie alla Scuola di Piazza del Popolo però è il rapporto con questo pezzo di cittàvissuto non semplicemente come sfondo ma come laboratorio, non solo l’idea che l’arte non dovesse stare lontana dalla città.
Se gli artisti di Piazza del Popolo trasformavano i bar, le gallerie e gli atelier in luoghi di confronto, Delle Chiaie allarga quel perimetro -anche fisicamente, spingendosi da Piazza del Popolo sino a Piazza Augusto Imperatore- fino al marciapiede. L’intero spazio urbano diventa luogo espositivo.
Quello che colpisce è che Delle Chiaie non fosse un corpo estraneo, ma appartenesse insieme alla sua opera all’arredo urbano.
Oggi Piazza Augusto Imperatore appare diversa. Più bella, più ordinata, più monumentale. Ma osservandola senza le opere disseminate sul marciapiede si ha la sensazione che qualcosa sia andato perduto.
I lavori di riqualificazione, hanno restituito alla città uno spazio nuovo, chiudendo, forse involontariamente, una stagione in cui quel luogo era diventato teatro di una forma di creatività irripetibile. Una creatività fragile, non protetta da istituzioni o finanziamenti, che viveva esclusivamente della presenza costante del suo autore.
Viene da chiedersi se una città possa essere davvero più bella quando perde una delle sue anomalie.
Forse il museo di Fausto Delle Chiaie ha semplicemente smesso di coincidere con il luogo che lo aveva reso possibile.
In una Roma che sapeva coltivare e incoraggiare l’esercizio di libertà di un gesto inutile e poetico, un artista poteva scegliere una piazza come spazio personale permanente, senza chiedere il permesso a nessuno, trasformarla ogni giorno in un luogo un po’ meno distratto.




