Potere, ricchezza e politica: il j’accuse di Sanders
“Contro l’oligarchia” (Ed. Chiarelettere) è uno di quei libri che hanno il pregio, sempre più raro, di chiamare le cose con il loro nome. Bernie Sanders non gira attorno al problema: sostiene che una quota crescente del potere politico americano sia finita nelle mani di una ristretta élite economica capace di orientare governi, campagne elettorali e perfino il dibattito pubblico.
Il merito principale del volume è la chiarezza. Sanders non pretende di essere un accademico neutrale né un osservatore distaccato. È un politico che prende posizione e costruisce una requisitoria contro la concentrazione della ricchezza e l’influenza delle grandi corporation. Si può condividere o meno la diagnosi, ma è difficile accusarlo di ambiguità.
Pagina dopo pagina emerge un ritratto degli Stati Uniti che contrasta con la retorica della terra delle opportunità: salari stagnanti, sindacati indeboliti, servizi pubblici sotto pressione e una politica sempre più dipendente dai grandi finanziatori. Sanders sostiene che il problema non sia soltanto economico, ma democratico: quando pochi hanno troppo potere, molti finiscono per avere troppo poca voce.
Naturalmente il libro presenta anche i limiti tipici delle opere militanti. Alcuni passaggi sacrificano la complessità all’efficacia dell’argomentazione e certe soluzioni vengono presentate con un ottimismo che potrebbe apparire eccessivo. Ma sarebbe un errore liquidare il testo come semplice propaganda. La forza del libro sta proprio nella capacità di riportare al centro una domanda spesso rimossa: chi governa davvero?
In un’epoca in cui la politica sembra ridursi a marketing e slogan, “Contro l’oligarchia” ha almeno il coraggio della tesi. E il coraggio, in libreria come in politica, resta una merce meno diffusa di quanto si creda.




