Liberati i due attivisti italiani della Flotilla di terra detenuti in Libia
Dopo un mese di detenzione in Libia, sono stati liberati ieri Domenico Centrone e Leonarda (Dina) Alberizia, attivisti italiani della Global Sumud Flotilla. I due volontari sono arrivati nella tarda mattinata a Fiumicino, con un volo proveniente da Tunisi, dopo un mese di detenzione a Bengasi, nella Libia orientale. Assieme a loro, liberato anche anche Matias Alvarez Rodriguez, uruguayano con cittadinanza italiana.
La spedizione umanitaria
Centrone e Alberizia sono due volontari partiti il 15 maggio nella spedizione via terra della Global Sumud Flotilla, che attraversava il Nordafrica per raggiungere Gaza, passando per il valico di Rafah, a confine con l’Egitto. La data è stata scelta simbolicamente in ricordo del “Giorno della Nakba”: l’esodo forzato della popolazione palestinese durante la guerra del 1947-1948, ad opera di gruppi paramilitari sionisti e, poi, dell’esercito israeliano. L’obiettivo della Flotilla era di portare medicinali, cibo e altri beni (tra cui sette ambulanze e venti case mobili), alla popolazione gazawi, stremata dall’occupazione della Striscia da parte delle Forze di Difesa Israeliane e dai bombardamenti che non si sono mai veramente arrestati dopo la tregua nell’ottobre 2025.
La detenzione e l’assenza di un’accusa
Alla fine di maggio, i militari libici hanno attuato un violento sgombero del convoglio della Flotilla accampato nei pressi di Sirte, nel territorio libico sotto il controllo del maresciallo Khalifa Haftar, il cui governo nella Libia orientale non è mai stato riconosciuto internazionalmente. Una volontaria della Flotilla ha dichiarato di aver visto arrivare i militari “a volto coperto” e che gli attivisti, in preda al panico, si sono rifugiati in una moschea vicina. Alla fine l’edificio è stato “sgomberato con il gas”, ha aggiunto l’attivista, con alcune donne “strattonate, colpite alla schiena, altre prese “per il collo” e trascinate “per i piedi” e un ragazzo rimasto “privo di sensi”, probabilmente riportando “un trauma cranico dopo esser stato colpito con un pugno”. Da qui, una parte degli attivisti, una decina, è stata fermata con l’accusa di “ingresso illegale” e la loro detenzione è stata prolungata giorno dopo giorno senza una chiara motivazione. Secondo la Flotilla, gli attivisti detenuti sono stati sottoposti a maltrattamenti psicologici e lunghi interrogatori e solo dopo alcuni giorni il console generale italiano a Bengasi, Filippo Andrea Colombo, è riuscito a vederli e ad ottenere per loro i trattamenti più essenziali: una chiamata alla famiglia, una doccia e un cambio di vestiti. Per giorni non si era saputo nulla dopo la loro cattura e solo un laconico comunicato delle autorità libiche ha fatto sapere che i volontari sarebbero stati trattenuti “per il tempo necessario” per poi essere espulsi. Il tutto senza mai formalizzare un’accusa e senza la possibilità di assistenza legale.
Le critiche della Flotilla al governo italiano
In una nota della Global Sumud Flotilla si apprende dell’arrivo dei due attivisti italiani liberati e anche un certo rammarico nei confronti del governo italiano. “Da tutta Italia saremo presenti ad accogliere Dina e Domenica, e a manifestare loro la nostra vicinanza; resta l’amarezza per un governo che celebra il proprio operato senza delle azioni chiare sulle violazioni commesse contro i propri cittadini durante le due missioni Gsf, dalle forze israeliane a quelle libiche” scrive l’organizzazione umanitaria. Le critiche coinvolgono più di tutti il ministro degli Esteri, Antonio Tajani: “Oltre al silenzio assordante dei trenta giorni appena trascorsi, nelle dichiarazioni del Ministro non si trova alcuna traccia di una condanna formale per le violazioni del diritto internazionale subite dagli attivisti durante la prigionia, né un riconoscimento per il ruolo cruciale giocato dalla mobilitazione internazionale della società civile”. Il Manifesto analizza la mossa del generale libico Haftar nella sua scaltrezza. Il rilascio degli attivisti mostra quasi “un atto di clemenza o il riconoscimento di una detenzione infondata”, mentre la loro espulsione consente ai libici di allontanare “gli stranieri entrati illegalmente nel territorio”. Un patto, in cui l’Italia porta a casa i suoi connazionali e Haftar si libera di una faccenda mantenendo una posizione di potere. Nel mezzo, violenze e soprusi restano nell’ombra.




