Downing Street perde un altro Primo Ministro
Questa mattina Keir Starmer ha annunciato le dimissioni da leader del Partito Laburista e da Primo Ministro del Regno Unito. Resterà a Downing Street fino all’elezione del suo successore: il processo per la scelta della nuova leadership inizierà il 9 luglio e dovrebbe concludersi entro la fine dell’estate, prima della convention laburista prevista a settembre.
Tra i banchi dei laburisti un nome già sembra esserci: Andy Burnham, ex sindaco di Manchester, figura popolare che è riuscita a costruirsi la reputazione di amministratore carismatico e vicino ai territori del nord, chiedendone una maggior rappresentanza. Un profilo che molti nel partito considerano adatto a ricucire la crisi di consensi che va avanti da mesi.
La notizia che arriva dal numero 10 di Downing Street racconta una storia che va oltre la singola crisi istituzionale. Con l’uscita di scena di Keir Starmer, il Regno Unito si prepara ad accogliere il settimo primo ministro dall’estate del 2016, quando il referendum sulla Brexit cambiò il corso della politica britannica.
Da allora si sono succeduti diversi inquilini a Downing Street. David Cameron pagò il prezzo della sconfitta referendaria. Theresa May non riuscì a portare a termine l’uscita dall’Unione Europea senza spaccare il Paese e il suo partito. Boris Johnson vinse promettendo di realizzare la Brexit, ma finì travolto dagli scandali. Liz Truss durò appena poche settimane, mentre Rishi Sunak non riuscì a invertire il declino dei conservatori. Starmer era arrivato al governo con l’ambizione di riportare stabilità dopo anni di turbolenze: la sua uscita dimostra quanto quell’obiettivo fosse più difficile del previsto.
Questo vai e vieni non ha permesso di affrontare i problemi strutturali del Paese, nel particolare il ristagno dell’economia e l’inefficienza dei servizi pubblici. Anche il tema dell’immigrazione, sempre più divisivo, è rimasto centrale nel dibattito politico e pubblico a causa di un aumento di arrivi irregolari, nonostante la campagna per il Leave avesse fortemente puntato su una regolarizzazione degli ingressi sulla base di competenze e talenti.
A quasi dieci anni dal referendum, la Brexit continua a proiettare la sua ombra sulla politica britannica. Le vecchie appartenenze ideologiche si sono indebolite, il tradizionale duello tra conservatori e laburisti non basta più a spiegare gli orientamenti degli elettori e nuove linee di frattura attraversano il Paese. In questo contesto continuano ad avanzare le forze che si presentano come alternative ai partiti tradizionali. La crescita dei movimenti populisti (e nel particolare di Reform UK, primo partito nel Regno Unito secondo alcuni sondaggi) è il sintomo di un malessere che nessun governo è riuscito finora a risolvere.
Le dimissioni di Starmer confermano che il Regno Unito sta ancora cercando un nuovo equilibrio politico dopo il terremoto del 2016. A quasi dieci anni dal voto, la Brexit continua a essere la questione attorno alla quale ruotano tutte le altre.




