La guerra fredda non è mai finita
Il 9 novembre 1989, mentre i picconi buttavano giù il Muro di Berlino, l’Occidente si convinse di aver assistito alla fine della storia. C’era l’idea che il mondo, finalmente unito sotto la bandiera della democrazia liberale e del mercato globale, avesse imboccato un binario unico e pacifico. Ma la storia non va mai in pensione: si prende solo delle pause. Ed è proprio da questo enorme malinteso collettivo che prende il via il viaggio di Domenico Vecchiarino nelle pagine de La guerra fredda non è mai finita (Rubbettino).
Vecchiarino non scrive un manuale, ma tratteggia una parabola geopolitica che assomiglia a un thriller ondulatorio, dove le tensioni del Novecento non sono svanite, ma sono rimaste a covare sotto la cenere, pronte a riemergere sotto forme diverse. La tesi che attraversa il libro è netta, quasi una doccia fredda: lo scontro tra blocchi non è mai finito, ha solo cambiato pelle, strumenti e gittata.
L’autore ci accompagna dietro le quinte del palcoscenico mondiale per mostrarci come quegli anni Novanta e Duemila, vissuti da noi come l’era dell’oro della globalizzazione, siano stati in realtà il terreno di coltura di vecchi rancori e nuove ambizioni. Mentre Washington si muoveva da poliziotto del mondo, Mosca e Pechino curavano le proprie ferite storiche, interpretando l’espansione occidentale non come un progresso universale, ma come un accerchiamento. Il saggio restituisce così la psicologia profonda dei grandi imperi, il senso di umiliazione russa e la paziente pianificazione cinese, spiegando che i conflitti di oggi, dall’Ucraina a Taiwan, non sono incidenti di percorso, ma i nodi di una corda mai spezzata che tornano al pettine.
La forza del libro sta proprio nel ritmo del racconto. Vecchiarino non si limita a elencare date o trattati, ma dipinge l’evoluzione della strategia: la vecchia deterrenza nucleare cede il passo a una guerra più subdola, invisibile, senza sosta e quotidiana. È la guerra ibrida, che si combatte sui server della cybersecurity, nelle campagne di disinformazione che viaggiano sui social, nel controllo dei microchip e delle rotte commerciali.
Leggendo queste pagine, l’impressione è quella di guardare una vecchia mappa d’Europa e del mondo che credevamo sbiadita e rendersi conto che i confini invisibili e le linee di faglia sono ancora lì, tracciati con lo stesso inchiostro indelebile. Vecchiarino firma un racconto lucido sul disinganno contemporaneo, un invito a guardare oltre la cronaca quotidiana per capire che il presente non è altro che il vecchio Novecento che continua a bussare alla nostra porta.




