Lockerbie di Giorgio Zanchini
Tutto ha inizio dietro il bancone di un’enoteca parigina, quella in cui nell’ormai lontano 1988 Giorgio Zanchini lavorò da ragazzo per sei mesi come cameriere, e dove incontrò, seppur per una breve serata a ridosso del Natale, Sophie Hudson.
Di madre francese e padre inglese, Sophie sarà, da lì a pochi giorni, una delle 270 vittime del volo Pan Am 103, esploso sopra i cieli di Lockerbie, cittadina scozzese di tremila abitanti, a causa di un ordigno imbarcato a bordo dentro una valigetta Samsonite, e ivi schiantatosi uccidendo anche 11 cittadini locali.
A bordo vi erano molti americani di rientro a New York da Londra per le vacanze natalizie, ma anche diversi inglesi, persino due italiani e altri passeggeri di altre 18 nazionalità.
Tutti gli indizi, seppur nessuna prova ancora, rimandano a una pista libica, avente come mandante il fu colonnello libico Muhammar Gheddafi.
Il Colonnello paria
In rotta con l’Occidente e gli Stati Uniti, solerti nel contenere le manovre geopolitiche del raìs libico, Gheddafi avrebbe attuato la propria guerra terroristica fornendo copertura logistica e politica agli autori materiali della strage, tra cui l’unico finora condannato, l’ex agente segreto libico Abdelbaset al-Megrahi.
Il piano segreto sarebbe stato elaborato in seguito a diverse schermaglie militari con la Nato, tra cui alcuni attacchi terroristici perpetrati nei paesi occidentali, e culminanti nei bombardamenti di rappresaglia americani su Tripoli durante l’operazione El Dorado Canyon, nel 1986.
Proprio a seguito di questi ultimi, infatti, Gheddafi, scampato per poco agli attacchi (pare grazie a una soffiata di Craxi), in cui morì anche una sua figlia adottiva, mise in moto i propri apparati di sicurezza per dare avvio a quella che verrà ricordata come la strage di Lockerbie.
Verità e Realpolitik
Tuttavia, ancora oggi sono molto lunghe le ombre della ragion di Stato sul giudizio finale, che forse troppo repentinamente attribuì la responsabilità al colonnello, senza lasciare spazio ad approfondimenti su altri potenziali attori, come l’Iran.
Proprio la Repubblica Islamica, infatti, aveva subito un lutto simile, con l’abbattimento da parte americana del volo IranAir 655 sopra lo stretto di Hormuz nel novembre dello stesso anno, scambiato per un volo militare dall’incrociatore USS Vincennes e in cui perirono i 290 passeggeri a bordo.
L’eventuale vendetta iraniana dietro l’attentato del Pan Am 103, a cui si sarebbe affiancata quella della frangia palestinese più oltranzista di Abu Nidal, sarebbe stata, si ipotizza, accantonata di proposito dai servizi segreti occidentali durante le fasi propedeutiche alla Prima Guerra del Golfo, in quanto occorreva il lasciapassare di Teheran all’offensiva contro Saddam Hussein.
In ogni caso, il giudizio della corte scozzese che esaminò il caso fu di carattere indiziario e non probatorio, nel senso che ogni tipo di ricostruzione basata sugli indizi raccolti nel tempo puntava alla Libia del Colonnello Gheddafi e non su altri sospettati.
La forza della memoria
C’è un momento nel libro di Zanchini, in cui la strage di Lockerbie da caso geopolitico torna ad essere una tragedia umana. È probabilmente lì che il libro trova la sua forza più autentica.
Perché Lockerbie (Editori Laterza) non è un libro costruito sulla seduzione del mistero, sulle piste alternative o sulle ossessioni complottistiche che da decenni accompagnano l’esplosione del volo Pan Am 103. Zanchini, infatti, prova a fare qualcosa di più difficile: attraversare contemporaneamente tanto il buio della geopolitica quanto quello della memoria.
Lockerbie non è soltanto un archivio di documenti o un fascicolo giudiziario, ma una storia che continua a riaffiorare nei luoghi, nelle conversazioni, nelle vite degli altri.
Da quel momento il racconto si allarga progressivamente, fino a ricostruire il mosaico di una vicenda in cui terrorismo, intelligence, diplomazia e propaganda sembrano continuamente sovrapporsi.
Zanchini dedica infatti un lungo capitolo alle 270 vittime della strage. È un’operazione narrativa rischiosa, perché il confine tra commemorazione e retorica è sottilissimo, riuscendo però ad evitare con maestria la trappola del sentimentalismo.
I ritratti sono brevi, asciutti, spesso costruiti attorno a un dettaglio minimo, un mestiere, una destinazione, un’abitudine, un desiderio interrotto. E proprio questa essenzialità produce un effetto devastante: le vittime smettono di essere considerate solo un numero e tornano ad essere gli individui che erano.
In anni in cui il terrorismo viene spesso raccontato attraverso statistiche, rivendicazioni e strategie internazionali, Lockerbie insiste invece sulla materialità delle vite spezzate. È probabilmente questa la scelta più politica del libro, opporsi alla trasformazione delle vittime in astrazione.
Un perfetto equilibro narrativo
Naturalmente il cuore geopolitico della vicenda resta centrale. Zanchini ricostruisce con equilibrio le zone d’ombra dell’inchiesta: il ruolo della Libia di Gheddafi, le piste iraniane, i rapporti con la Siria, le ambiguità dell’intelligence occidentale, i testimoni controversi e le improvvise torsioni diplomatiche degli anni successivi.
Il libro, però, evita di trasformare queste contraddizioni in una mitologia della “verità nascosta”. Al contrario, ciò che emerge è qualcosa di forse ancora più inquietante, ovvero la sensazione che nei grandi eventi internazionali la verità giudiziaria finisca spesso per convivere con le necessità geopolitiche del momento.
Così Lockerbie acquista una sorprendente attualità, poiché tratta del rapporto sempre più fragile tra informazione e potere, della costruzione pubblica del nemico, della difficoltà di distinguere tra verità, narrazione e convenienza politica.
L’attentato del Pan Am 103 appare allora non soltanto come l’ultimo grande atto della Guerra fredda, ma quasi come il primo trauma del disordine globale contemporaneo.
Lo stile di Zanchini accompagna bene questa ambizione. La scrittura resta controllata, documentata, mai sensazionalistica. A tratti il libro sembra quasi frenare davanti all’enormità della materia che affronta, ma è probabilmente una scelta coerente per evitare che la tragedia venga inghiottita dal fascino ambiguo del mistero e da facili complottismi.
C’è anche molta Italia nell’opera che spesso si avvicina a una spy story, da Craxi e Andreotti al celebre Lodo Moro. Un intero capitolo è dedicato all’Italia, profondamente segnata dagli anni di piombo e che, proprio per la sua storia, ha imparato a confrontarsi con gli equilibri opachi e spesso perversi di quella lunga stagione di violenza politica, interiorizzando il difficile e talvolta ambiguo rapporto tra verità storica e verità giudiziaria.
Alla fine della lettura rimane soprattutto la sensazione che il vero enigma di Lockerbie non riguardi soltanto chi abbia organizzato l’attentato, ma il modo in cui gli Stati amministrano la memoria, la colpa e la verità.
Un capolavoro di ricostruzione storica che merita di essere letto e approfondito, capace di ricordarci come dietro ogni grande evento della storia si celino spesso centinaia di vite spezzate, alle quali è doveroso restituire un volto, una memoria e la loro piena umanità.




