Trump alza i toni con Netanyahu, ma nulla cambia davvero
Ogni tanto, anche i rapporti più solidi svelano i dissapori interni. In questi giorni, le indiscrezioni su una telefonata “piena di parolacce” e furiosa da parte di Donald Trump all’alleato israeliano Benjamin Netanyahu stanno facendo dubitare di uno tra i legami più forti dello scacchiere politico mondiale. Tuttavia, come riportano diversi analisti, anche se i toni appaiono più coloriti e irrequieti, l’alleanza tra i due leader non sembra essere realmente compromessa.
La telefonata: “Sei completamente pazzo”
Durante un colloquio telefonico tra il presidente degli Stati Uniti e il primo ministro israeliano, ufficialmente alleati nella guerra congiunta in Iran dal 28 febbraio, il tycoon si sarebbe scagliato verso Netanyahu, definendolo “completamente pazzo” e asserendo che ormai “tutti odiano Israele” per colpa sua. Questo è quello che affermano dei funzionari della Casa Bianca a Axios, un sito web statunitense noto per pubblicare frequentemente i resoconti delle conversazioni tra i due leader. Secondo due fonti, Trump avrebbe detto anche di aver contribuito ad evitare l’arresto del primo ministro israeliano, sostenendolo durante il processo per corruzione a suo carico: “Saresti in prigione se non fosse per me. Ti sto salvando il culo”, riportano le fonti di Axios.
Le presunte motivazioni
La sfuriata di Trump sarebbe avvenuta a seguito della ripresa dei bombardamenti delle Forze di Difesa Israeliane (Idf) nella zona meridionale del Libano. Secondo il tycoon, nonostante il diritto di Israele a difendersi dai precedenti attacchi del gruppo armato libanese Hezbollah, la risposta di Tel Aviv sarebbe stata sproporzionata. “So che Hezbollah vi attacca continuamente, ma ci sono troppe vittime tra la popolazione civile” e troppi attacchi ad interi palazzi per colpire un singolo individuo del gruppo nemico, avrebbe affermato. Il numero dei morti dall’inizio del conflitto in Libano è salito a 3.433 e, dato il proseguimento degli attacchi nel sud del Paese, il bilancio è destinato tristemente ad aumentare. Per Trump, l’escalation in Libano è fonte di problemi. Le violenze continue rischiano di compromettere i negoziati di pace indiretti tra Washington e Teheran, portando verso il continuo di una conflitto che sta costando molto agli Stati Uniti e all’amministrazione Trump, in termini economici e di consenso. Israele ha sminuito le voci, parlando di una semplice telefonata “tesa” e dichiarando che la sua posizione “resta immutata”: “Se Hezbollah attacca le nostre città e i nostri cittadini, colpiremo obiettivi terroristici a Beirut. E continuiamo ad operare nel Libano meridionale”.
Vera rottura?
Eppure, una rottura effettiva tra i due è altamente improbabile. Marco Travaglio, nella trasmissione “Accordi e Disaccordi”, definisce il rapporto tra i due nei termini di uno “stop and go” e diversi analisti concordano nel fatto che, al di là di queste esternazioni eclatanti, le politiche dei due Paesi non hanno subito dei veri cambiamenti. Anzi, secondo qualcuno questi momenti sono perfettamente calcolati dall’amministrazione trumpiana (ricordiamo che le stesse indiscrezioni arrivano da dei funzionari statunitensi), per mostrare un Trump intransigente (smontando le accuse che lo vedono come un burattino nelle mani dell’omologo israeliano) e dando un colpo di respiro ai mercati. Isabelle Hayslip, responsabile delle attività di sensibilizzazione presso l’organizzazione per i diritti umani DAWN) ha detto ad Al Jazeera che la politica statunitense resta allineata con quella israeliana. “Trump non ha l’ultima parola sulle azione di Israele. Come i suoi predecessori, il presidente si è dimostrato perfettamente incapace di dare priorità agli interessi americani, assecondando invece i capricci espansionistici di Israele”, ha aggiunto Hayslip.
Da un lato, Trump non attua nessun cambio di rotta nei confronti di Netanyahu, dall’altro, per quest’ultimo resta difficile opporsi direttamente a Washington, dato il crescente isolamento di Israele. Nel conflitto congiunto in Iran, le loro posizioni divergono principalmente sugli interessi che ciascuno ha nei confronti di questa guerra. Mentre Trump cerca ogni via per raggiungere un accordo con gli iraniani, che preveda la totale rinuncia da parte del regime di Teheran al programma nucleare, Netanyahu tira la corda dal verso opposto, convinto nel riprendere la guerra contro i suoi nemici storici (Iran e Libano). All’ennesimo accordo compresso da Israele sarebbe seguita la furia trumpiana, che resta ancora solo un fuoco di paglia.




