Ma davvero non è stato il solito psicodramma romanista?
Ieri, al triplice fischio, la gente sugli spalti era incredula. Non per il derby vinto, anche. Ma perché aveva vissuto una giornata non tipicamente romanista. Breve inciso: la classica giornata romanista è un meme legato al disfattismo di questa squadra che spesso, nelle partite importanti e decisive, si sgretola e manda tutti i possibili obiettivi all’aria. Ma non lo fa in maniera dolce: lo ha fatto spesso nella maniera più drammatica possibile. Da qui, l’altro meme: il classico psicodramma giallorosso. Quindi i 50.000 presenti allo stadio, dopo una settimana sulle montagne russe per sapere a che ora bisognasse accettare questo psicodramma, erano sugli spalti pronti a tutto. Lo dicevamo tutti, anche con un filo di scaramanzia, sperando che per una volta i pianeti si allineassero. E così è stato. Il derby vinto, il ritorno in zona Champions grazie alla vittoria della Fiorentina allo Juventus Stadium, il giro di campo di El Shaarawy che dopo dieci anni saluta la Roma, Gasperini che balla sulle note di “Tanto pe’ cantà” di Nino Manfredi con tutta la sua impacciatezza piemontese. Una giornata da incorniciare.
Restando sulla partita, la Roma ha vinto il derby con il minimo sforzo. La Lazio era decimata dagli infortuni, reduce da una finale di Coppa Italia persa e senza il suo pubblico, ormai arrivato a un punto di non ritorno con la società. Qui devo ammettere che un derby capitolino senza una delle due curve presenti priva la partita di ogni significato agli occhi di chi la segue da fuori, e svilisce il motivo per cui viene considerata all’estero una delle più calde. Comunque, la coreografia meravigliosa srotolata dalla Curva Sud regala un palcoscenico dove il premio come miglior attore protagonista lo vince Gianluca Mancini, autore di una doppietta. Due incornate da calcio d’angolo che hanno bucato il povero Furlanetto, terzo portiere della Lazio, finito lì un po’ per caso ma autore comunque di una grande partita. Tornando a Mancini, trovo che non ci sia esultanza più romantica che inchinarsi davanti al proprio popolo, quello che vive 24 ore su 24, 365 giorni all’anno per questi colori. Un ringraziamento sentito, con un gesto elegantissimo che stona, nel senso migliore, con l’animo battagliero del difensore toscano, ma che ne certifica l’“aura”: in campo cattivo, aggressivo, odiato; sotto la Sud educato, riconoscente.
Ora manca solo una partita. A Verona la Roma ha il proprio destino nelle mani: vincere per tornare, dopo sette anni, in Champions League. Un traguardo certamente utile per le casse bucherellate del club, ma soprattutto la coronazione di una stagione al di sopra delle aspettative, che porta la firma di questo allenatore che, in silenzio, scostando le polemiche e tenendo unito il gruppo, è a un passo dall’entrare definitivamente nel cuore di questa tifoseria.
Ora, come dicevamo all’inizio, il fatalismo romanista non ti abbandona di certo dopo una giornata del genere. Quindi, ancora una volta, per l’ultima domenica di questo campionato, saremo di nuovo tutti lì, davanti alla tv, per nulla sorpresi se si dovesse verificare l’ennesimo psicodramma.
P.S. Se in queste ultime righe ci leggete della scaramanzia, è un vostro problema…




