Trump torna in una Cina più potente (e lo sa)
Un’accoglienza trionfale è stata riservata a Donald Trump nei due giorni di visita a nella capitale cinese, tra gli spari dei cannoni e l’esultanza dei bambini. Eppure, la stampa internazionale concorda nell’aver visto un presidente degli Stati Uniti conciliante, quasi remissivo, per un leader che ha sempre basato gran parte della sua campagna elettorale nella dicotomia Cina-Usa. Ora, Pechino appare più decisa e posizionata di quanto non lo siano gli Stati Uniti, sempre più provati e indeboliti dalla guerra in corso in Iran. Di fatto, l’imprevedibilità trumpiana sta giovando ad una Cina attenta e calcolatrice, che ha atteso per avere il suo momento che, probabilmente, è arrivato.
Nel corso degli ultimi decenni, Pechino si è trasformata notevolmente, passando da un’economia emergente ad una vera superpotenza, economica e tecnologica, capace di imporsi nel mercato globale come una protagonista, se non una condottiera. Un detto si sarebbe diffuso in Cina: “L’oriente è in ascesa, l’Occidente in declino”. Nel nuovo incontro con Donald Trump nella capitale cinese (l’ultimo risaliva al 2017), questo cambio di prospettiva trova delle conferme e, se, da un lato, Xi Jinping continua a corteggiare il suo omologo statunitense con grandi cerimonie, è Trump a lasciarsi andare a complimenti e toni concilianti, in netto contrasto con la retorica anti-cinese da sempre adottata dal presidente, che ora ribalta, per compiacere o, forse, per difendersi.
Come afferma Ali Wyne, consulente senior per la ricerca e la promozione delle relazioni tra Stati Uniti e Cina presso l’International Crisis Group, nel 2017 la Cina cercava di dimostrarsi al pari del rivale occidentale. Ora, però, è Washington stessa a riconoscere Pechino come un “pari”. “Credo che la delegazione cinese abbia giustamente profuso un enorme sforzo diplomatico per trasmettere l’impressione che il presidente Xi fosse alla pari del presidente Trump sul piano geopolitico”, afferma Wyne riferendosi al bilaterale del 2017. “Ciò che trovo sorprendente è che questa volta tale affermazione non sia necessaria da parte cinese”.
Il mondo intero sta dipendendo sempre più dalla produzione cinese. Un terzo dei beni mondiali è prodotto da Pechino, che lavora oltre il 90% dei minerali delle terre rare e produce tra il 60 e l’80% di tutti i pannelli solari, turbine eoliche e veicoli elettrici. Una potenza determinante, tanto che ha potuto imporre dei dazi di ritorsione al 100% a quelli imposti in precedenza dall’amministrazione Trump e che ha potuto raggiungere una tregua nella guerra commerciale che preoccupava i due Paesi e l’economia globale. Non sorprende, dunque, la presenza al fianco di Donald Trump a Pechino di amministratori delegati delle Big Tech (Elon Musk di Tesla, Tim Cook di Apple, Jensen Huang di Nvidia), come chiaro segnale di volontà e necessità di cooperazione con la superpotenza cinese. Tuttavia, si resta in attesa di risultati concreti. La visita “storica” di Donald Trump in Cina non avrebbe ancora prodotto alcun accordo commerciale, nonostante il tycoon affermi il contrario. L’urgente conflitto iraniano e la questione Taiwan avrebbero occupato gran parte dei colloqui tra i due leader, in quella che il Wall Street Journal ha definito come “una visita altamente coreografica” che tenta di mascherare “le grandi differenze che permangono”.




