Libano–Siria, il ritorno di un dossier storico nel Medio Oriente in fiamme
Il Libano e la Siria tornano a parlarsi ad alto livello in una fase in cui il Medio Oriente ridisegna rapidamente i propri equilibri politici e di sicurezza. L’incontro a Beirut tra il leader siriano Ahmad al Shaara e il ministro degli Esteri libanese Abdallah Bou Habib va oltre il semplice gesto di distensione diplomatica e rimette al centro un dossier storico che per decenni ha condizionato la stabilità del Medio Oriente. In un’area dove è diffuso il detto «se piove a Damasco, i libanesi aprono l’ombrello», nessun altro rapporto regionale descrive con altrettanta chiarezza il grado di interdipendenza politica, militare e sociale tra i due Paesi.
Il contenuto dell’incontro
Dai colloqui sono emersi progressi su alcuni dei dossier più sensibili, a partire dal rientro dei rifugiati, passando per la sicurezza delle frontiere, fino allo scambio di prigionieri e alla cooperazione energetica. Le parti hanno concordato il trasferimento verso Damasco di oltre 300 detenuti siriani nelle carceri libanesi e la creazione di un meccanismo congiunto per affrontare il tema dei desaparecidos e delle persone scomparse negli anni della guerra siriana e delle violenze politiche in Libano.
Al centro dei colloqui rimane comunque la questione migratoria. Dopo la caduta di Bashar al Assad e l’ascesa di Ahmad al Shaara, circa 400mila rifugiati siriani sono rientrati nel Paese; in Libano ne resta ancora circa un milione, di cui più di 630mila registrati presso l’UNHCR. Per uno Stato di poco più di cinque milioni di abitanti, già indicato come uno dei Paesi con il più alto numero di rifugiati pro capite al mondo, questa presenza rappresenta una pressione strutturale su servizi pubblici, economia e coesione sociale.
Beirut ormai interpreta la presenza siriana non solo come emergenza umanitaria, ma anche come questione di sicurezza nazionale e di sostenibilità politica interna. L’obiettivo dichiarato consiste in un ritorno graduale, “sicuro e dignitoso”, coordinato con Damasco e con le agenzie delle Nazioni Unite. Nella prospettiva della Siria di al Shaara, lo stesso dossier diventa una leva per recuperare legittimità regionale, con la richiesta di rivedere sanzioni e restrizioni economiche in cambio di programmi organizzati di rientro.
Il paradosso dei flussi e la nuova geografia del rischio
Il dialogo tra Beirut e Damasco si inserisce in un contesto segnato da un fronte libanese sempre più esposto al confronto a bassa intensità tra Israele e Hezbollah. I bombardamenti israeliani nel sud del Libano e gli attacchi del movimento sciita alimentano il rischio di una escalation su larga scala e aprono uno scenario inedito, con la possibilità di flussi migratori in direzione opposta rispetto all’ultimo decennio.
Una Siria devastata da quattordici anni di guerra civile, ma relativamente più “pacificata” in alcune aree sotto controllo del nuovo governo, potrebbe finire per offrire un riparo temporaneo ad almeno una parte della popolazione civile libanese, in fuga da un eventuale conflitto aperto tra Israele e Hezbollah. Questo paradosso geopolitico metterebbe alla prova non solo le capacità amministrative di Damasco, ma anche la sua intenzione di presentarsi come attore responsabile di fronte alla comunità internazionale.
In questo quadro la cooperazione sul controllo delle frontiere assume un valore cruciale. Libano e Siria puntano a restringere gli spazi per milizie, reti di traffico e gruppi jihadisti che negli anni di guerra hanno sfruttato il confine come linea permeabile per il contrabbando di armi, persone e prodotti energetici.
La lunga ombra della presenza siriana in Libano
Per cogliere il peso simbolico di questo riavvicinamento occorre tornare al 1976, quando la Siria intervenne militarmente nella guerra civile libanese e inaugurò una presenza durata quasi trent’anni. Gli Accordi di Taif del 1989, sostenuti soprattutto da Arabia Saudita e Siria, posero formalmente fine al conflitto ma consacrarono Damasco come arbitro decisivo della politica libanese.
La frattura arrivò nel 2005 con l’assassinio dell’ex premier Rafik Hariri. Le accuse rivolte a Hezbollah e i sospetti legami dei servizi siriani con l’attentato alimentarono la “Rivoluzione dei Cedri”, una stagione di grandi mobilitazioni popolari che portò al ritiro delle truppe siriane dopo quasi tre decenni di presenza. Con lo scoppio della guerra civile siriana nel 2011, i rapporti bilaterali sono entrati in una fase di ostilità latente. Hezbollah ha schierato uomini e mezzi a sostegno del regime di Assad, consolidando il ruolo di pilastro dell’«asse della resistenza» a guida iraniana e difendendo il corridoio logistico che collega Teheran al Mediterraneo attraverso Siria e Libano.
Oggi la caduta di Bashar al Assad e l’ascesa di Ahmad al Shaara non modificano la centralità di quella geografia strategica, ma rendono la mappa degli attori molto più complessa. Israele ha intensificato raid e operazioni mirate contro infrastrutture collegate a Hezbollah e all’Iran in territorio siriano, nel tentativo di ridurre la capacità di proiezione del fronte filo-iraniano verso il Libano.
La leadership di Ahmad al Shaara e le diffidenze internazionali
La figura di Ahmad al Shaara, in passato protagonista della galassia jihadista con il nome di Abu Mohammed al Jolani, continua a suscitare ambiguità in molte capitali. Ex leader di Hayat Tahrir al Sham, al Shaara è emerso come figura centrale della transizione siriana dopo la caduta di Assad, venendo riconosciuto come leader de facto già dall’8 dicembre 2024 e autoproclamandosi poi presidente della Siria il 29 gennaio 2025.
Negli ultimi mesi ha avviato un articolato sforzo di rilegittimazione. Da una parte promette lo scioglimento del suo movimento durante una conferenza di dialogo nazionale, dall’altra prospetta una transizione lenta verso elezioni che potrebbero richiedere fino a quattro anni, motivando il calendario con l’esigenza di garantire stabilità e ordine nella fase post-bellica. Il messaggio punta a presentarlo come interlocutore pragmatico, in grado di assicurare il controllo dei confini, gestire il ritorno dei rifugiati e contenere le cellule jihadiste residue. Rimangono però dubbi profondi, soprattutto in Europa e negli Stati Uniti, sulla reale distanza del nuovo leader dall’islamismo radicale e sulle garanzie di inclusività politica per le diverse componenti etniche e confessionali del Paese.
Su questo crinale, sospeso tra continuità securitaria e discontinuità politica, si gioca anche la relazione con il Libano. Beirut cerca un interlocutore capace di assumere impegni vincolanti in materia di sicurezza e rifugiati, mentre al Shaara mira a utilizzare il rapporto con il vicino libanese come biglietto da visita per accreditarsi come attore legittimo nelle capitali regionali e occidentali.
Il Libano tra necessità strategica e paralisi interna
Sul versante libanese, il riavvicinamento con Damasco nasce da una necessità strategica più che da una scelta pienamente autonoma. Il Paese affronta la peggiore crisi economica della sua storia recente, con un collasso finanziario, istituzioni spesso paralizzate, una lunga vacanza presidenziale e un sistema politico frammentato che fatica a produrre decisioni condivise.
Il peso delle milizie, a cominciare da Hezbollah, riduce ulteriormente la capacità dello Stato di imporre una linea di politica estera coerente. In questo contesto la gestione della presenza siriana sul territorio è diventata una delle questioni più divisive. Da un lato crescono l’esasperazione di comunità locali e amministrazioni; dall’altro restano gli obblighi internazionali di tutela dei rifugiati e i timori legati a un ritorno forzato in condizioni non sicure.
Di fronte a un Israele percepito come sempre più aggressivo e a un Iran sotto pressione economica e diplomatica, la classe politica libanese cerca margini di manovra minimi per evitare di essere trascinata in una guerra su vasta scala. L’apertura verso Damasco viene letta come un tentativo di costruire una fragile cintura di contenimento, che prevede coordinamento sul dossier rifugiati, un maggiore controllo del confine e una riduzione degli spazi di azione per gli attori armati non statali che operano tra i due territori.
Una nuova fase per il Medio Oriente?
L’incontro tra Libano e Siria non equivale ancora a una normalizzazione piena, ma segna un primo passo verso una nuova fase geopolitica nel Medio Oriente. In questa fase sicurezza, migrazioni e sopravvivenza politica tornano a intrecciarsi in maniera indissolubile. Il futuro del dossier libanese dipenderà dalla capacità di Damasco di trasformare le promesse in atti concreti, a partire dal ritorno volontario e sicuro dei rifugiati, e dalla volontà di Beirut di ritrovare un minimo di unità nazionale attorno a una strategia condivisa.
In un Medio Oriente attraversato da fronti multipli, dal conflitto israelo‑palestinese al confronto tra Iran e potenze regionali sunnite, il riavvicinamento tra Beirut e Damasco appare come un tentativo di costruire nuovi equilibri pragmatici in un contesto dove le alleanze tradizionali si sbriciolano e vecchi attori tornano sulla scena con volti e agende profondamente cambiati. Per il Libano, storicamente sospeso tra vulnerabilità interna e centralità regionale, la vera sfida consiste nell’evitare che l’ennesima ridefinizione degli equilibri mediorientali avvenga ancora una volta sulla pelle dei suoi cittadini.




