Carbone, l’addio rimandato: le centrali italiane resteranno accese fino al 2038
Doveva essere il 2025 l’anno della svolta. La data cerchiata in rosso sul calendario della transizione energetica, quella in cui l’Italia avrebbe spento per sempre le sue centrali a carbone, salutando un capitolo del Novecento industriale che ormai sembrava chiuso. E invece no. Quella data si è spostata, poi si è spostata ancora, e oggi parlare di “uscita dal carbone” significa guardare avanti fino al 2038. Tredici anni in più. Tredici anni che cambiano tutto.
La notizia, in realtà, non ha sorpreso più di tanto chi segue da vicino il dossier energetico. I segnali c’erano già da tempo. Dopo il 2022, con la guerra in Ucraina e il taglio del gas russo, le centrali di Brindisi, Civitavecchia e La Spezia sono state riaccese in fretta e furia, presentate come una toppa temporanea. Una soluzione di emergenza, ci avevano detto. Ma le emergenze, in Italia, hanno la curiosa abitudine di durare a lungo.
Il governo difende la scelta parlando di “sicurezza energetica” e di “gradualità”. L’argomento è semplice, e per certi versi anche difficile da smontare: spegnere il carbone troppo in fretta significherebbe restare scoperti nei momenti di picco, soprattutto d’inverno, quando il fabbisogno elettrico schizza alle stelle e le rinnovabili non bastano. In Sardegna, dove l’isola energetica resta una questione spinosa, la centrale di Fiume Santo continua a essere considerata un pilastro insostituibile, almeno finché il Tyrrhenian Link non sarà davvero operativo e capace di reggere il carico.
Eppure, a sentire le associazioni ambientaliste, la storia è un’altra. Legambiente parla di “occasione mancata”, Greenpeace usa parole più dure e accusa il governo di aver ceduto al peso delle utility. C’è poi chi fa notare un dettaglio che fa rumore: il 2038 è la stessa data scelta dalla Germania. Solo che la Germania, di carbone, ne brucia molto, molto di più. E ha una struttura industriale che, su questo fronte, non è paragonabile alla nostra. Copiare quella scadenza, dicono i critici, è una scorciatoia politica più che una scelta tecnica.
Sul piano dei numeri, la partita è meno chiara di quanto sembri. Le centrali a carbone oggi producono meno del 5% dell’elettricità italiana, una quota tutto sommato marginale. Ma quella quota emette in proporzione molta più CO2 rispetto al gas, e i conti sul carbon budget, cioè la quantità di anidride carbonica che possiamo ancora permetterci di emettere se vogliamo restare sotto la soglia degli accordi di Parigi, non perdonano. Ogni anno in più di carbone significa meno spazio per gli anni a venire. Una specie di mutuo climatico, con interessi che paghiamo tutti.
C’è poi il tema dei territori. Brindisi convive da decenni con la sua centrale, e le posizioni sono divise come ci si aspetta. Da una parte chi denuncia l’impatto sulla salute, gli studi epidemiologici, gli odori, la cenere. Dall’altra chi teme che la chiusura significhi la fine di centinaia di posti di lavoro, in un’area dove le alternative scarseggiano. La cosiddetta “just transition”, la transizione giusta, è una bella espressione da convegno, ma quando si scende nei capannoni vuoti e nei bar di periferia diventa subito una promessa che fatica a mantenersi.
Qualche speranza, però, c’è. Il piano nazionale sull’energia prevede investimenti importanti su eolico offshore, fotovoltaico e accumuli. Se i tempi delle autorizzazioni si sbloccassero davvero, e qui sta il vero nodo, perché i progetti restano fermi per anni nei meandri burocratici, il 2038 potrebbe trasformarsi in un orizzonte di compromesso, magari da anticipare di qualche anno con sorprese tecnologiche o con un calo strutturale della domanda. Non sarebbe la prima volta che le previsioni vengono superate dai fatti, in un senso o nell’altro.
Per ora, le ciminiere restano accese. Non sbuffano come una volta, lavorano a regime ridotto, ma sono lì. Pronte a riprendere fiato ogni volta che la rete chiama. E forse il vero punto non è la data sul calendario, ma la sensazione, sempre più diffusa, che la transizione ecologica italiana proceda così: un passo avanti, mezzo passo indietro, e tante promesse rinviate al decennio successivo. Fino a quando il decennio successivo, semplicemente, finirà.




