Oltre il pigmento
“This operation, of tattooing, as it is called by them, is exceedingly painful, and leaves an indelible mark on the skin. It is usually performed when they are about ten or twelve years of age, and on different parts of the body” (James Cook)
La parola tatuaggio prendeva il largo per la prima volta a bordo della nave britannica HMS Endeavour: correva l’anno 1769quando, per conto del Re Giorgio III, la spedizione della marina inglese, guidata dal capitano James Cook, solcò le acque del Pacifico Meridionale. Fu proprio durante lo sbarco sull’isola di Tahiti che gli europei entrarono in contatto con la pratica del tattaw (tatau)che consisteva nel picchiettare la pelle in modo ritmico con degli strumenti appuntiti, apponendo poi del pigmento scuro sulle differenti incisioni. I tatuaggi osservati da Cook e dalla sua ciurma si distinguevano per la riproduzione di disegni geometrici e per la stilizzazione di figure umane e animali. Tuttavia, in seguito ai contatti con il vecchio mondo, si iniziò a notare una trasformazione profonda di questa particolare grammatica visiva: intorno al XIX secolo infatti, iniziarono a comparire iconografie tangibili che ripercorrevano i numerosi scambi con l’occidente. Con l’intensificarsi degli approdi a Tahiti, la pratica del tatuarsi diventò sempre più diffusa anche tra i marinai inglesi che decidevano così di occupare il proprio tempo sottoponendosi all’usanza del tatau. Al rientro dalle lunghe spedizioni nel Pacifico, la gente di mare favorì la circolazione del tatuaggio nei porti, nelle taverne e nelle zone minerarie popolate dalle nascenti classi operaie. Attraverso il linguaggio comune e mediante l’iscrizione corporea, veniva testimoniato l’impatto reciproco tra lontane civiltà. Il tatau, approdando sulle coste del resto del mondo, diede vita all’inglese tattoo, al tedesco Tätowierung, allo spagnolo tatuaje, al francese tatouage, trasformando un singolo pigmento indelebile in una nuova forma linguistica. Sebbene tale parola sia emersa con l’arrivo di Cook in Polinesia nel XVIII secolo, l’idea e la pratica di incidere permanentemente il proprio corpo appartiene ad una storia molto più antica.Nel 1991, ai piedi del ghiacciaio del Similaun, in prossimità del confine italo-austriaco, è stata rinvenuta una mummia di oltre 5.300 anni fa, divenuta famosa con il nome di Ötzi. Conservatosi mediante le particolari condizioni climatiche, quest’uomo venuto dal ghiaccio, risalente all’Età del Rame, rappresenta una delle testimonianze più antiche dell’arte del tatuaggio. Sul suo corpo, infatti, sono stati individuati ben 61 tatuaggi, classificati in vari gruppi, che consistono in forme geometriche quali croci, semplici punti e linee parallele. Per realizzare questa tipologia di tatuaggi non erano utilizzatigli aghi, bensì venivano praticate delle ferite su cui si strofinava della polvere di carbone. L’aspetto rilevante risiede nella loro distribuzione: la maggior parte dei segni si concentra in corrispondenza delle articolazioni colpite da processi artrosici. Tale coincidenza ha suggerito una finalità di natura terapeutica praticando le incisioni con il tentativo, forse, di lenire il dolore. Tuttavia, non si escludono ipotesi relative ad un fine estetico oppure ad un significato cultuale e rituale. Il tatuaggio rimane ancora oggi un atto di riscrittura: mediante l’inchiostro, oppure il carbone, la pelle si trasforma da territorio biologico in corpo sociale. Tra un picchiettare e l’altro, si assiste così alla costruzione di una superficie parlante che racconta il bisogno costante e la capacità umana di comunicare, iscrivere, e raccontare.
“Bisogna dipingersi per essere uomini; colui che restava alla stato naturale non si distingueva dal bruto” (Claude Lévi-Strauss)




