Hormuz tra le fiamme e il tavolo della pace: l’ultimatum di 30 giorni di Washington
Nelle ultime 48 ore la fragile tregua tra Stati Uniti e Iran, in vigore dall’8 aprile, è stata seriamente messa alla prova dai nuovi scontri nello Stretto di Hormuz. Nonostante l’escalation militare, nessuna delle due parti ha dichiarato formalmente concluso il cessate il fuoco, segnale che il canale diplomatico aperto con la mediazione del Pakistan resta ancora attivo.
Lo scontro nello Stretto
La tensione è salita dopo l’attacco contro tre unità navali statunitensi durante il transito nello Stretto. Secondo quanto riferito dal Pentagono, droni e missili iraniani avrebbero preso di mira le navi americane senza però causare danni significativi. La risposta di Washington è stata immediata: gli Stati Uniti hanno dichiarato di aver “incenerito” i droni coinvolti nell’operazione e distrutto diverse imbarcazioni leggere dei Pasdaran.
Nelle ore successive, forze americane hanno condotto raid definiti “di autodifesa” contro installazioni militari iraniane nell’area di Bandar Abbas, Qeshm Island e Bandar Kargan, colpendo — secondo fonti statunitensi — siti utilizzati per il lancio di droni e missili antinave.
Il presidente Donald Trump ha ridimensionato pubblicamente la portata della risposta americana, definendola un semplice “love tap”, letteralmente “un colpetto”, ma ha allo stesso tempo ribadito la linea dura della Casa Bianca, avvertendo che gli Stati Uniti “colpiranno con molta più forza e violenza” qualora Teheran non dovesse firmare rapidamente l’accordo proposto da Washington. Parole che riflettono la strategia americana di mantenere alta la pressione militare lasciando però aperto il canale negoziale.
Il memorandum americano e il nodo nucleare
Nel frattempo, Washington ha presentato formalmente il proprio piano negoziale. Secondo indiscrezioni diplomatiche circolate nelle ultime ore, il memorandum statunitense sarebbe composto da 14 punti e punterebbe a chiudere la crisi entro 30 giorni attraverso la riapertura completa dello Stretto di Hormuz, la cessazione immediata delle ostilità e una graduale riduzione delle misure straordinarie di controllo navale adottate dagli Stati Uniti.
Il tema più delicato resta però il programma nucleare iraniano. Gli Stati Uniti chiedono la consegna delle scorte di uranio arricchito al 60% e nuove garanzie internazionali sui siti nucleari di Fordow, Natanz e Isfahan, considerati strategici per il programma atomico della Repubblica islamica.
In questo quadro, la pressione della Cina potrebbe rivelarsi decisiva. Pechino, principale partner economico di Teheran e fortemente interessata alla stabilità delle rotte energetiche del Golfo, starebbe infatti spingendo per evitare un’ulteriore escalation militare.
La diplomazia resta aperta
La crisi si è estesa anche agli Emirati Arabi Uniti, dove nelle ultime ore sono stati attivati sistemi di difesa aerea attorno all’hub energetico di Fujairah dopo segnalazioni di possibili minacce iraniane dirette verso l’area. Parallelamente proseguono i contatti diplomatici.
Il segretario di Stato Marco Rubio ha discusso della crisi con diversi interlocutori internazionali, inclusa la Santa Sede. In un’intervista a EWTN News, Trump ha riferito il contenuto del messaggio inviato al Pontefice, spiegando di aver fatto sapere al Papa “con il massimo rispetto” che l’Iran “non può possedere l’arma nucleare” e che il regime sarebbe responsabile della morte di “42.000 manifestanti disarmati”.
Sul piano operativo, Washington ha inoltre sospeso temporaneamente “Project Freedom”, l’operazione di scorta alle navi civili nello Stretto di Hormuz. Una decisione interpretata da diversi analisti come un tentativo di verificare le reali intenzioni negoziali iraniane prima di eventuali ulteriori sviluppi militari.
Il Golfo resta il punto più caldo del pianeta
Dallo scoppio della crisi, il 28 febbraio 2026, il confronto tra Stati Uniti e Iran si è mosso lungo due direttrici principali: il controllo della sicurezza marittima nel Golfo e il contenimento del programma nucleare iraniano.
Lo Stretto di Hormuz resta oggi uno dei punti più delicati dell’equilibrio globale: da quel tratto di mare transita una quota significativa del commercio energetico mondiale e ogni nuova escalation rischia di avere effetti immediati sui mercati internazionali e sulla stabilità dell’intera regione.



