In Nigeria la lotta al terrorismo, con l’aiuto dell’Aeronautica, sta costando caro in vite umane
Lo scorso 11 aprile, attacchi aerei militari nigeriani hanno colpito un mercato nel villaggio di Jilli, a nord-est del Paese, situato vicino all’epicentro dell’insurrezione jihadista che dura da vent’anni. Quel giorno sono morti 200 civili.
Difendendo la scelta dell’obiettivo perché potenziale enclave terroristica e centro logistico, l’Aeronautica Nigeriana ha successivamente annunciato l’invio di una missione di indagine per valutare l’entità delle vittime civili.
L’attentato al mercato di Jilli è l’ultimo di una serie di attacchi aerei governativi dell’ultimo decennio che hanno causato vittime civili, mostrando le continue difficoltà dell’esercito nigeriano nel gestire l’intelligence, l’identificazione dei bersagli e l’integrazione delle forze di aria-terra.
Tra il 2017 e il 2024, più di 500 civili sono stati uccisi in questi attacchi, sia nel nord-est contro le due insurrezioni jihadiste che operano in quel territorio – BokoHaram e la Provincia dell’Africa Orientale dello Stato Islamico (ISWAP) – sia nel nord-ovest contro gruppi criminali armati che il governo definisce genericamente “banditi”.
Nel gennaio del 2017, un attacco aereo ha colpito un campo per sfollati interni a Rann.
Un altro attacco nel dicembre del 2023 ha colpito un raduno religioso a Kaduna.
Riconoscendo che le morti civili aumentano il reclutamento di estremisti, l’Aeronautica Nigeriana ha presentato nel maggio del 2025 un piano d’azione per la mitigazione e la risposta ai danni civili (Civilian Harm and MitigationResponse–CHMR) e due mesi dopo ha insediato un apposito Consiglio del CHMR.
Il bombardamento aereo di Jilli dimostra che c’è ancora un grande divario tra l’enfasi messa sulla questione della mitigazione dei danni civili e la pratica operativa.
Questo divario non è un’eccezione nel modus operandi dell’esercito nigeriano.
In effetti, gli osservatori hanno evidenziato che anche di Stati con eserciti dotati di quadri CHMR maturi faticano a gestire questa questione, un’esempio riportato è il comportamento degli Stati Uniti durante il conflitto con l’Iran.
Ciò che distingue la Nigeria è la convergenza di due pressioni crescenti: la richiesta interna di maggiore sicurezza in vista delle elezioni previste per l’inizio del prossimo anno; e la pressione esterna dell’Amministrazione del Presidente americano Donald Trump per proteggere i cristiani nigeriani dalle continue persecuzioni.
Insieme, queste due elementi creano le condizioni in cui incidenti come l’attentato di Jilli possono diventare più probabili e meno prevedibili, e non il contrario.
Questo è ancor più vero a causa dell’attuale strategia di lotta al terrorismo portata avanti dall’esercito nigeriano, che si basa sulla potenza aerea come sostituto della presenza terrestre.
La strategia “supercamp” dell’esercito nigeriano, introdotta nel 2019, ha sviluppato una risposta diretta alla vulnerabilità delle basi operative avanzate (FOB) più piccole e sparse che venivano frequentemente attaccate e saccheggiate dai ribelli.
L’effetto pratico è stato quello di cedere terreno a ISWAP e BokoHaram, e di incrementare la dipendenza dalle risorse aeree per proteggere le aree dalle quali si erano ritirate le forze di terra.
La strategia ha mostrato risultati misti, con alcuni successi tattici nel ridurre le perdite militari ma con conseguenze negative sulla sicurezza dei civili.
Questa dipendenza dall’Aeronautica Militare ha avuto un costo significativo: se la potenza aerea può abilitare e accelerare le operazioni contro i ribelli, i soli attacchi aerei raramente sconfiggono gli insorti, che si disperdono e si confondono nel territorio.
In effetti, le evidenze empiriche suggeriscono sempre più che questo approccio amplifica la violenza invece di reprimerla.
Lo Stato Islamico ne è un esempio. L’ISWAP ora opera in cellule disperse e mobili in tutto il bacino del Lago Ciad, evitando formazioni di massa e infrastrutture fisse, facile target dal cielo.
Inoltre, la recente adozione da parte del gruppo di droni armati dimostra come abbia ribaltato la situazione contro l’esercito nigeriano, sfruttando le vulnerabilità presentate dall’approccio “supercamp” di quest’ultimo.
Alla fine del 2024, l’ISWAP ha lanciato attacchi con droni contro una base militare nigeriana, il primo caso documentato di un gruppo armato non statale nel bacino del lago Ciad che abbia utilizzato droni non solo per la ricognizione e la sorveglianza.
All’inizio del 2026, il gruppo avrebbe acquisito un importante arsenale di droni e provato operazioni coordinate con droni negli Stati di Borno e Yobe.
Di conseguenza, la logica asimmetrica che limita l’efficienza della potenza aerea nigeriana contro le insurrezioni sparse si è ora aggravata.
I droni commerciali a basso costo utilizzati dall’ISWAP richiedono molte meno infrastrutture, meno piloti addestrati e costi di manutenzione infinitesimali rispetto a quelli che stanno affondando le risorse aeree nigeriane.
In sostanza, una strategia che già fatica a trasformare il dominio aereo tattico in vittorie militari ora si trova ad affrontare un avversario che ha iniziato ad impugnare il dominio da terra.
Il costo strategico di questa dinamica è più evidente sul campo.
Due decenni di sforzi di stabilizzazione nazionali, regionali e internazionali non hanno ancora fornito un grado di sicurezza stabile nel nord-est della Nigeria.
Gli osservatori ritengono improbabile che ciò cambi con l’attuale approccio militare nigeriano, che nel fare affidamento quasi totale sugli attacchi aerei, sacrifica la presenza a terra, le reti di intelligence e il coinvolgimento militare e civile necessarie invece alla contro insurrezione.
Inoltre, ogni attacco aereo che uccide civili per errore genera un risentimento popolare che abilmente l’ISWAP trasforma in potenziali reclute, finanziamenti e fidelizzazione alla comunità, erodendo la possibilità di accesso all’intelligence e alla cooperazione locale da cui invece dipende un targeting accurato.
Le iniziative dell’Aeronautica nigeriana nel miglioramento della mitigazione del danno ai civili prese lo scorso anno, evidenziano il riconoscimento istituzionale che questi danni minano sia la legittimità che l’efficacia delle operazioni militari.
L’impatto di tali mosse, tuttavia, rimarrà comunque limitato in un contesto politico e di sicurezza in cui le comunità che dovrebbero ricevere protezione dallo Stato finiscono invece nel loro mirino – sia involontariamente sia a causa della lunga storia di comportamento predatorio dell’esercito nigeriano.
Questo è stato particolarmente vero quando la sua campagna nella lotta all’insurrezione si è affidata maggiormente alle forze di terra.
In vista delle elezioni del 2015, BokoHaram controllava apertamente decine di aree di governo locale e i confini rurali di Borno, Yobe e Adamawa, rappresentando una sfida territoriale netta per lo Stato nigeriano.
La situazione attuale differisce nettamente da quel periodo, con l’ISWAP oggi attore jihadista più prolifico e tatticamente adattabile al territorio, e ribelli che non cercano più il controllo delle città ma piuttosto la mimetizzazione nelle comunità rurali.
A causa della riluttanza dell’esercito nigeriano nel reimpegnare le forze di terra nella lotta, i bombardamenti aerei sono diventati il modo più conveniente per dimostrare il controllo nelle aree dove ha formalmente recuperato territori, senza però una significativa riduzione del rischio quotidiano per i civili.
L’attenzione dell’Amministrazione Trump sulla presunta persecuzione delle comunità cristiane nigeriane ha aggravato questa dinamica, portando il governo del Presidente Bola Tinubu a dimostrare grande entusiasmo nella cooperazione con gli Stati Uniti e prevenire che Trump intervenisse “ad armi spianate”.
Con le elezioni che si avvicinano e le linee politiche già tracciate, la pressione su Tinubu affinché dimostri progressi nel campo della sicurezza, non solo nel nord-est ma in tutto il Paese, sembra alimentare il pregiudizio istituzionale verso un’azione cinetica che può produrre risultati tangibili rispetto al lavoro più lento e meno tangibile dell’impegno comunitario e del rafforzamento delle reti di intelligence.
L’effetto pratico, ad oggi, è una campagna che continua ad esercitare il “controllo dei cieli”, mentre i civili in luoghi come Jilli continuano ad assorbire i colpi.




