Beautiful Dreamer, il lutto, la sofferenza e la rinascita
La Corea del Sud detiene uno dei tassi di suicidi più alti al mondo. Circa 29,1 morti ogni 100.000 abitanti. Una percentuale drammatica che non poteva lasciare indifferenti i suoi cittadini. Figuriamoci un’artista, una figura che per definizione percepisce il dolore del proprio tempo in maniera amplificata per poterlo raccontare. Questo è ciò che ha voluto fare Lee Kwang-Kuk, regista della scena indipendente sudcoreana: raccontare non tanto il suicidio, quanto le sue conseguenze.
Le protagoniste di “Beautiful Dreamer” sono In Seon e Su Yeon, rispettivamente moglie e figlia di un uomo che ha deciso di togliersi la vita. Tra inquadrature statiche, fotografia desaturata e uso minimo della colonna sonora, quello che va delineandosi è un racconto delicato e riflessivo sul lutto dei superstiti. Una scelta che evita qualsiasi facile sensazionalismo o pornografia del dolore, ma anzi vira nella direzione opposta. “Beautiful Dreamers” non vive di lacrime, urla o dolore esplicito. Il racconto del lutto si snoda tra silenzi, sospensione, cose non dette, rancori malcelati e sensi di colpa mai elaborati davvero.
Particolarmente interessante, soprattutto agli occhi di noi occidentali, l’analisi delle dinamiche sociali successive al suicidio. Sorrisi e cortesia dietro le quali si nasconde lo stigma che incancrenisce anche i rapporti familiari. L’ottica giudicante ed ipocrita di chi osserva il dolore dall’esterno. La solidarietà e i legami che nascono tra chi ha subito lo stesso tipo di perdita, tra chi è accomunato dallo stesso senso d’impotenza.
Un orologio senza orologiaio
Da sottolineare inoltre il sapiente uso del fantastico.
In “Beautiful Dreamers” si intrecciano costantemente passato e presente, realtà e immaginazione, persino personaggi in vita e personaggi morti. A Kwang-Kuk non interessa essere lapalissiano, dare una spiegazione logica, dirci se quello che stiamo vedendo è un flashback, un pensiero, un sogno, o come i nostri protagonisti vorrebbero fossero andate le cose. Al regista interessa mostrare i processi mentali volti all’elaborazione del dolore. Processi che trascendono i confini tra passato e presente, immaginazione e realtà, vita e morte.
E nella stessa maniera non gli interessa dare un finale convenzionale a questa vicenda, perché queste vicende un finale convenzionale non ce l’hanno. Non gli interessa dare una motivazione al suicidio, far passare la storia attraverso una catarsi emotiva e poi concludere la vicenda con un finale dolce o amaro. Perché da questo tipo di dolore, non si guarisce mai davvero. Un vecchio orologio rotto può essere riparato con lo sforzo, la volontà e con un certo tipo di disciplina, e anche dopo essere stato riparato non sarà più davvero quello di una volta. Ma almeno il tempo ricomincerà ad andare avanti.




