L’Africa non si schiera sull’Iran
Mentre la guerra tra Iran, Israele e Stati Uniti entra nel secondo mese e la pressione sui mercati energetici si fa più acuta, in Africa il riflesso prevalente non è stato lo schieramento ma la cautela.
L’impatto della crisi iraniana in Africa
La crisi si sente già ben oltre il Golfo, e oggi lo si vede con maggiore nettezza. In Sud Africa il governo sta valutando un taglio del prelievo sui carburanti per attenuare l’impatto dell’aumento dei prezzi energetici sulle famiglie. In Kenya, una quota crescente dei distributori indipendenti segnala tensioni nelle forniture e teme una vera crisi di approvvigionamento se la pressione sulle rotte del Golfo dovesse protrarsi.
In Egitto, Abdel Fattah al-Sisi ha avvertito che un conflitto lungo potrebbe spingere il petrolio oltre soglie critiche e colpire anche i flussi dei fertilizzanti, con effetti destabilizzanti per economie fragili e fortemente importatrici. Sono segnali diversi, ma raccontano la stessa realtà. Per molti Paesi africani questa guerra non è un dossier lontano di politica estera. È già una variabile interna, che tocca inflazione, bilance energetiche, logistica e stabilità sociale.
La posizione africana
Il 28 febbraio 2026 l’Unione Africana ha scelto parole molto misurate ma politicamente eloquenti, chiedendo contenimento, de-escalation urgente e dialogo sostenuto, e avvertendo che un ulteriore deterioramento avrebbe avuto conseguenze su energia, sicurezza alimentare e resilienza economica, in particolare in Africa. Nello stesso giorno, Pretoria ha ribadito che la difesa preventiva non è consentita dal diritto internazionale, invitando tutte le parti alla massima moderazione. Letta insieme alle reazioni successive di governi e autorità economiche africane, questa linea appare ancora più chiara. Non si tratta di semplice prudenza diplomatica, ma di una scelta di protezione strategica.
Nessuna adesione alla narrativa di guerra, nessun investimento politico in una polarizzazione frontale. A prima vista può sembrare un basso profilo. In realtà è una posizione strategica. Il continente non è assente dal conflitto iraniano; sta semplicemente cercando di non farsene assorbire. Il dato più importante non è ciò che molte capitali africane hanno detto, ma ciò che hanno evitato di dire. Anche il Sud Africa, che per storia diplomatica e collocazione internazionale avrebbe potuto assumere una linea più aspra contro Washington e Tel Aviv, si è fermato sul terreno del diritto internazionale senza trasformare la critica in un sostegno politico a Teheran.
La presenza iraniana
Questo equilibrio si capisce guardando agli interessi. Negli anni della presidenza Raisi,Teheran ha provato a rilanciare la propria proiezione africana come risposta all’isolamento impostodalle sanzioni occidentali. Il tour del luglio 2023 in Kenya, Uganda e Zimbabwe, il primo di unpresidente iraniano nel continente da oltre un decennio, fu presentato esplicitamente come untentativo di allargare i legami economici e diplomatici nel Sud Globale. Nel marzo 2024, la visita ad
Algeri ha aggiunto a questa traiettoria anche un capitolo energetico e commerciale. L’attivismo iraniano, però, non si esaurisce nelle visite di Stato. La presenza di Teheran in Africa siè costruita attraverso memorandum bilaterali, aperture commerciali, canali mediatici e reti religiose, soprattutto nell’Africa occidentale e nel Sahel. In questa architettura il vettore confessionale resta centrale. L’Iran usa il linguaggio dell’anti-imperialismo e della solidarietà Sud-Sud, ma lo accompagna con una diplomazia culturale che in diversi contesti africani viene letta anche come proiezione sciita. È una leva reale, ma non priva di costi politici.
I limiti della presenza iraniana
I limiti di questa penetrazione sono visibili da tempo. Nel 2014 il Sudan chiuse i centri culturali iraniani ed espulse diplomatici di Teheran, in un clima segnato dal timore che quelle strutture stessero diventando strumenti di proselitismo sciita in un Paese a maggioranza sunnita.
In Nigeria, dove esiste una presenza sciita organizzata, le tensioni tra lo Stato e l’Islamic Movement of Nigeria continuano a mostrare quanto il legame con l’Iran possa diventare un fattore di frizione interna, più che una piattaforma lineare di influenza. Per questo l’Iran è un attore presente, ma raramente percepito come un partner semplice o privo di ambiguità.
Il ruolo di Israele, USA e Paesi del Golfo
Soprattutto, Teheran non si muove in uno spazio vuoto. Israele conserva una rete istituzionale di cooperazione attraverso il proprio programma di cooperazione allo sviluppo, attivo da decenni in settori come acqua, agricoltura, sanità e formazione e con relazioni che coinvolgono, tra gli altri, Kenya, Rwanda, Ghana, Zambia, Uganda e Nigeria. Gli Stati Uniti, da parte loro, restano un attore strutturale attraverso piattaforme economiche e strumenti di sviluppo che finanziano o catalizzano investimenti in porti, strade, energia e logistica in vari Paesi africani. Ancora più rilevante, negli ultimi anni, è stata la crescita nella presenza dei paesi del Golfo. Gli Stati del GCC hanno accresciuto in modo deciso la propria presenza economica nel continente, fino a diventare interlocutori difficilmente sostituibili per molte capitali africane.
Questo significa che la scelta africana non è tra Iran e Occidente, ma dentro un mercato politico molto più affollato, dove il valore principale è mantenere opzioni aperte. È in questo quadro che va letta la prudenza africana sull’Iran. Non c’è un’adesione piena alla retorica anti-occidentale di Teheran, ma non c’è neppure alcun interesse a rompere con un interlocutore utile. Al tempo stesso, alienarsi Washington, Israele o soprattutto le monarchie del Golfo avrebbe costi economici e diplomatici assai più pesanti. La neutralità africana, dunque, non è passività. È hedging strategico. È la scelta di non trasformare una guerra altrui in un vincolo permanente per la propria politica estera.
Scenari futuri
Le implicazioni sono già visibili. Se il conflitto continuerà a logorare l’Iran sul piano militare, finanziario e diplomatico, la sua capacità di investire risorse nella proiezione africana tenderà a ridursi. Il problema, per Teheran, non è solo la sopravvivenza del proprio network continentale, ma la credibilità del proprio modello. Una Repubblica islamica più debole, più esposta e più costosa da frequentare diventa anche meno attraente come partner politico. E quando un polo perde forza, in Africa il vuoto non resta mai vuoto.
Tendono a riempirlo altri attori, dal Golfo alla Cina, passando per i circuiti occidentali già radicati. Per questo il punto non è chiedersi se l’Africa sia con o contro l’Iran. Ma piuttosto quanto margine riuscirà a conservare nel momento in cui il conflitto ridisegnerà gerarchie, rotte energetiche e rapporti di forza tra i partner esterni? Fino a oggi, la risposta africana è stata coerente. Osservare, dosare, negoziare. In un ordine internazionale frammentato, è proprio questa capacità di stare tra più poli, senza consegnarsi del tutto a nessuno, che molti governi africani considerano il loro principale capitale strategico.




