Il Pakistan, un insolito mediatore nella guerra in Medio Oriente
Nell’attuale guerra in Medio Oriente, un paese tra tutti si sta imponendo come attivo mediatore tra Stati Uniti e Iran. Il Pakistan è, infatti, uno dei pochissimi paesi che vanta dei legami con entrambe le parti e, per questo, non ha perso l’occasione per favorire un dialogo complesso come quello tra Washington e Teheran. L’Occidente puro nelle sue contraddizioni, da un lato, e il paese che, con il regime degli ayatollah dal 1979, ha fatto dell’anti-occidentalismo un dogma. In mezzo, l’impegno del Pakistan e di altri attori come la Turchia e l’Egitto, nel comune interesse di porre fine ad una guerra che imperversa in Medio Oriente dal 28 febbraio 2026, a seguito dell’attacco israelo-statunitense in Iran. Nell’ultimo mese, il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif e il suo ministro degli Esteri avrebbero fatto una trentina di chiamate con i paesi mediorientali per trovare una soluzione diplomatica al conflitto.
Gli interessi del Pakistan a una soluzione diplomatica
Il Pakistan è il secondo paese, dopo l’Iran, con la maggiore percentuale di popolazione sciita al suo interno (il 15% di 251 milioni di abitanti). Confina con Iran, Afghanistan (con il quale ha un conflitto attivo con i talebani), l’India e la Cina. La fine della guerra in Medio Oriente è, senz’altro, nel suo interesse. Il Pakistan, infatti, oltre a ritagliarsi un ruolo diplomatico che non ricopre da decenni, sta risentendo sia di problemi di ordine economico, con il blocco dello Stretto di Hormuz (essenziale per le esportazioni di petrolio e gas naturale), sia di ordine pubblico all’interno del paese, con proteste accese contro l’attacco di Israele e Stati Uniti ai danni dell’Iran. Secondo analisti e funzionari della sicurezza, il prolungamento della guerra in Iran può condurre al rischio di estensione anche in Pakistan: fermare il conflitto è essenziale per Islamabad. Tra i diversi fattori, vi è anche il fatto che la stabilità nella regione possa evitare di fomentare i gruppi armati che combattono per l’indipendenza del Belucistan, regione pakistana a confine con l’Iran, che potrebbero approfittare dello stato di caos generato dal conflitto in atto.
I suoi rapporti con Iran e Usa
Storicamente, il Pakistan è uno degli intermediari privilegiati con l’Iran, ospitando anche nella sua ambasciata a Washington la delegazione diplomatica iraniana dopo la rottura delle relazioni tra quest’ultima e gli Stati Uniti a seguito della rivoluzione islamica del 1979. Inoltre, Teheran considera il Pakistan un mediatore credibile dato che non ospita basi militari statunitensi al suo interno, a differenza degli altri Paesi del Golfo. Le relazioni di Islamabad con gli Washington sono, invece, ben più recenti e si sono intensificate specialmente nell’ultimo anno, con Donald Trump al governo. Negli ultimi mesi, soprattutto a figura del capo dell’esercito Pakistan, Syed Asim Munir sta emergendo come tramite principale tra Washington e Teheran. Munir è un interlocutore apprezzato da entrambe le parti, che negli ultimi tempi ha coltivato uno stretto rapporto con Donald Trump per sanare anni di reciproca sfiducia. Il Pakistan ha aderito, infatti, al Board of Peace trumpiano per la Striscia di Gaza, con il chiaro scopo di ingraziarsi il presidente Usa, nonché firmato un accordo con un’azienda legata a quella di criptovalute della famiglia Trump. Secondo Reuters, la mediazione pakistana rappresenterebbe il coronamento «di oltre un anno di costruzione di rapporti» con il presidente degli Stati Uniti. Adam Weinstein, vicedirettore del programma per il Medio Oriente presso il Quincy Institute, ha affermato all’agenzia Reuters che «il Pakistan gode di una credibilità insolita come mediatore», dato che ha mantenuto legami «concreti sia con Washington che con Teheran». Allo stesso tempo, secondo Weinstein, «una storia di relazioni tese» con entrambi i paesi, conferisce al Pakistan «la giusta distanza per essere considerato un intermediario credibile».
Un dialogo complesso
Secondo l’ex ambasciatore pakistano in Italia, Jauhar Saleem, intervistato da Repubblica, il Pakistan ricopre attualmente «una posizione privilegiata per contribuire alla risoluzione» di una guerra «che coinvolge tutto il mondo». Secondo il diplomatico, entrambe le parti hanno da perdere da questo conflitto, gli iraniani «vogliono essere sicuri che non ci siano più tentativi di cambi di regime». La Casa Bianca ha fatto sapere, intanto, che i colloqui vanno avanti e che la nuova delegazione sarà guidata dal vicepresidente J. D. Vance, finora il più critico nei confronti del conflitto portato avanti da Stati Uniti e Israele, dato che gli iraniani non nutrono più fiducia nei delegati Usa Witkoff e Kushner, essendo stati attaccati due volte dagli Stati Unit mentre i due conducevano i colloqui a febbraio. Tuttavia, con il presunto timore che Trump dichiari il cessate il fuoco entro sabato per aprire i negoziati, il premier israeliano Benjamin Netanyahu avrebbe ordinato ai suoi militari di accelerare i bombardamenti nelle prossime 48 ore. L’obiettivo sarebbe quello di distruggere la maggior parte delle strutture e delle capacità militari iraniane.




