Il tennis non è uno sport come gli altri, abituatevi
Sono giorni che si parla della sconfitta di Carlos Alcaraz, delle vittorie di Jannik Sinner, di quanto uno sia un folletto impazzito, suggestionato spesso dal suo umore, e l’altro un robot. Giorni in cui vediamo editoriali (come questo, e me ne scuso) in cui si cerca di capire come abbia fatto il numero uno al mondo a perdere contro avversari apparentemente meno forti e come Jannik, invece, che tutti davano ormai per “ex tennista”, si sia ripreso alla grande. La verità, che non ho io di certo, però è ben diversa. Il tennis è uno sport in cui sei solo. Tutti i tennisti, dopo una sconfitta, dicono: “ora ho bisogno di stare con la mia famiglia e con i miei amici”. Sintomo di come la vita di chi sceglie questo sport sia più solitaria di quanto si pensi. E sei solo anche in campo. Quando la partita va bene, quando va male, sempre. Puoi girarti verso il tuo angolo e alzare il pugnetto dopo uno splendido rovescio o prendertela con te stesso per una volée venuta male. Ma sei solo. Lo si vede nelle parole di Alcaraz dopo queste sconfitte. Quando sei solo contro il mondo, non puoi fare altro che prendertela con ciò che avviene all’esterno: colpa degli avversari che diventano improvvisamente fenomeni, condizioni fisiche, episodi del match.
Non dimentichiamoci, però, quanti anni hanno questi ragazzi. Giovanissimi, dentro uno sport spietato, dove ogni errore viene ingigantito e ogni vittoria sembra scontata. La continua ricerca di spiegazioni, attenuanti o colpe da parte di chi commenta rischia di essere fuorviante. Dentro la testa di un tennista c’è solo il tennista: che tu sia numero uno al mondo o numero cento, la solitudine è la stessa, così come il peso delle aspettative.
E allora ricordiamoci che il tennis è uno sport profondamente solista: in campo sei solo, e questo rende possibili risultati inaspettati. Anche un giocatore come Sebastian Korda, numero 42 al mondo, può battere per una sera il numero uno senza che ci sia bisogno di drammi o spiegazioni straordinarie.
Per questo la contrapposizione Sinner-Alcaraz appare riduttiva. Hanno teste diverse, stili diversi, reazioni diverse, eppure sono tra i più vincenti e costanti del momento, quelli che spostano davvero l’asticella. Non sono robot né enigmi da decifrare ogni settimana: in campo l’equilibrio può pendere da una parte o dall’altra della rete a seconda di mille fattori. È proprio questa incertezza, affascinante e crudele allo stesso tempo, che mette in luce la forza di questi giocatori. Un piccolo dettaglio, una brutta notizia al mattino, una condizione fisica impercettibile può cambiare l’esito di un match. Dietro ogni vittoria c’è una carriera costruita con talento, forza e mentalità, ma anche con la consapevolezza che nulla è mai scontato.
Il tennis è un gioco di sottili equilibri: tra mente e racchetta, concentrazione e casualità, talento e dettagli infinitesimali. Ogni punto, ogni scambio, ogni match racconta una storia fragile e personale, un momento unico che sfugge alle spiegazioni e resta affascinante proprio perché imprevedibile. Come cantano i Basutelle: “essere contro il mondo e invece averlo addosso”. Quello che in questo momento ha Alcaraz e che pochi mesi fa aveva Sinner. Si invertiranno di nuovo, vi avverto.




