Il Mio Nome è Maria Stuarda: quando la memoria è ferita
Il Mio Nome è Maria Stuarda dal 24 Febbraio all’8 Marzo 2026 al Teatro Franco Parenti di Milano, è un lavoro sulla memoria e la sua rappresentazione.
La regia di questa prima opera teatrale di Nicoletta Verna, è di Andrea Piazza che lascia esprimere alla bravissima Marina Rocco tutta la fragilità e la bellezza dell’innocenza, ma anche la consapevolezza e l’azione di una donna che diventa forte liberandosi dalla spirale del patriarcato subdolo e manipolatorio.
Non serve che interroghiate la memoria scolastica un po’ scolorita. Maria Stuarda era la regina di Scozia? Chi l’aveva rinchiusa nella torre e perché, erano i cattolici, i protestanti, la regina Elisabetta? Perché la bravissima Marina Rocco, raggiunto il palco vuoto, si siede e comincia la sua storia.
“Sono qui per dirvi come è andata ci dice, serve a chi parla la verità, non a chi l’ascolta”. Dunque è lei che deve fare uno sforzo di memoria.
Ma a lei sembra riuscire facile. Almeno per una parte del racconto. Il nome lo ha scelto mio padre continua, era talmente povero da essere soprannominato Re di Savoia.
Così ha amplificato la sua miseria offrendomi un nome regale ignorando totalmente il destino della grande regina uccisa per volere di un’altra. Ma lo dice con inflessioni lombarde così marcate che da subito scompaiono le scogliere scozzesi, i castelli, le foreste.
Ci troviamo infatti in terra lombarda martoriata ed impoverita in pieno dopoguerra.
Maria Stuarda non ha potuto studiare perché troppo povera ma, grazie alla sua bellezza si è sposata subito con Michele, il principe, un venditore di stracci brutto come il peccato e la morte. Ma che sa far di conto e conosce il mondo.
È dunque una storia di principi e regine ma senza corona, senza mantello e senza spada.
Una storia lontana dalla regalità che si intreccia con la memoria, anzi le memorie. Quella intrisa di dolore che ancora marchia la sua carne ma che porta ad una presa di coscienza identitaria e quella che per il dolore ha perso parti di sè.
É a Michele che si rivolge nel suo monologo, lui che pensava a tutto e che non voleva che lei lavorasse. Ma che ora è disperso in Russia.
Michele, il principe, è sempre presente. A lui racconta la difficile quotidianità, con candore e innocenza. Anche del posto al calzaturificio trovato per una coincidenza strana e triste e del padrone gentile come un principe. Sino alla sua (di lui) tentata violenza e come lei sia stata condannata perché accusata ingiustamente di averlo provocato.
Quando possiamo dire che il passato con i suoi traumi sia davvero passato?
Eppure in controluce prende forma un altro racconto che la memoria non arriva a formulare. Una storia di violenza domestica di botte, sangue, ferite e paura.
A tratti si percepisce il suo silenzio che è paralisi del corpo abusato dal marito che era un principe solo nel ricordo falsato. Senza memoria perderebbe la sua identità dunque meglio manipolarla.
C’è anche un fazzoletto nel suo racconto, immagine di femminilità che ricorda quello di Desdemona.
E che diventa come nella tragedia del bardo, simbolo di volontà maschile dominatrice capace di tessere ragnatele di menzogne. Un pezzetto di tessuto insignificante che si carica di una energia violenta e distruttrice dopo essersi trasformato in oggetto metateatrale di adulterio.
La memoria implica riconoscere ciò che è stato come realmente accaduto.
Se la storia del calzaturificio, del tentativo di violenza da parte del padrone, della reazione liberatoria di Maria Stuarda prosegue in maniera lineare nella sua memoria perché risultato di elaborazione e presa di coscienza, il passato matrimoniale con Michele costellato di violenza è così doloroso che procede per frammenti, interruzioni.
E dove la parola si ferma, le tristi, cupe e profonde note del sassofono di Marina Notaro ne amplificano le urla mute.
Uno spettacolo toccante, necessario, ideato da Andrée Ruth Shammah perché si racconti la violenza sulle donne accusate spesso di aver provocato l’uomo. Come eri vestita? Come se l’abito della donna giustificasse la violenza dell’uomo. Ed improvvisamente sul fondo del palco, appaiono decine di vestiti diversi adagiati su sedie o appesi a stampelle.
24 Febbraio – 8 Marzo 2026
Il Mio Nome è Maria Stuarda
di Nicoletta Verna
progetto ideato da Andrée Ruth Shammah
con Marina Rocco,
e Marina Notaro al sassofono
regia Andrea Piazza
costumi Simona Dondoni
produzione Teatro Franco Parenti
Sabato 7 e domenica 8 Marzo 2026 Marina Notaro è stata sostituita da Serena Tarozzo.




