Quando gli spiriti tornano nella steppa
Il ritorno dello sciamanesimo nella Mongolia contemporanea
Il tamburo batte lento, quasi come un cuore. Nella penombra di una stanza alla periferia di Ulaanbaatar una donna indossa un pesante copricapo di metallo e pelliccia. Il ritmo si fa più intenso, il corpo inizia a muoversi, oscillando avanti e indietro. Dopo qualche minuto, la sua voce cambia. Non parla più lei: a parlare è uno spirito.
Scene come questa, che potrebbero sembrare appartenere a un passato remoto, fanno ancora parte della vita quotidiana della Mongolia contemporanea. Lo sciamanesimo, una delle forme più antiche di spiritualità dell’Asia centrale, continua infatti a vivere tra le steppe e le città del Paese, sopravvissuto a secoli di trasformazioni politiche e religiose.
Alla base di questa tradizione c’è una visione del mondo profondamente animista. Montagne, fiumi, foreste e fuoco non sono semplici elementi naturali, ma entità dotate di uno spirito che deve essere rispettato e onorato. Al di sopra di tutti domina il Tenger, l’Eterno Cielo Azzurro, divinità suprema e principio cosmico che governa l’ordine del mondo.
Gli sciamani –uomini e donne, spesso appartenenti a lignaggi familiari antichi—svolgono il ruolo di mediatori tra il mondo umano e quello invisibile. Durante i rituali entrano in uno stato di trance, accompagnati dal suono del tamburo e da canti rituali. Indossano costumi elaborati decorati con metallo, piume e simboli animali, evocando creature come uccelli o pesci che, nella cosmologia sciamanica, attraversano i diversi livelli dell’universo. In questo stato alterato di coscienza lo sciamano comunica con gli spiriti degli antenati chiedendo loro consiglio, protezione o guarigione per la comunità.
Per secoli questa tradizione ha accompagnato la vita dei popoli nomadi della steppa. Alcuni storici mongoli ritengono che abbia raggiunto il suo apice durante l’epoca degli Xiongnu, tra il III secolo a.C. e il I secolo d.C., quando i rituali sciamanici furono integrati nella vita politica e religiosa dello Stato.
Anche durante l’Impero Mongolo del XIII secolo il culto del Cielo e le pratiche sciamaniche continuarono a svolgere un ruolo importante nella legittimazione del potere. Col tempo, tuttavia, l’equilibrio religioso della Mongolia cambiò. A partire dal XVI secolo il buddhismo tibetano si diffuse tra i mongoli grazie al sostegno dei khan e delle élite politiche. In molti territori vennero emanate leggi che limitavano o scoraggiavano i rituali sciamanici. Il buddhismo divenne progressivamente la religione dominante, mentre lo sciamanesimo sopravvisse soprattutto nelle pratiche popolari.
Nonostante questo declino, le due tradizioni finirono per intrecciarsi profondamente. In Mongolia non è raro trovare rituali buddhisti che incorporano elementi sciamanici, oppure sciamani che recitano invocazioni influenzate dalla liturgia buddhista. Più che sostituirsi, le due religioni hanno spesso convissuto, adattandosi reciprocamente.
Il colpo più duro arrivò però nel XX secolo. Con l’instaurazione della Repubblica Popolare Mongola negli anni Venti, il nuovo regime socialista adottò una politica apertamente atea. Monasteri furono chiusi o distrutti, e ogni forma di pratica religiosa venne scoraggiata o perseguitata. Anche lo sciamanesimo fu spinto ai margini della società, sopravvivendo solo in alcune regioni remote del Paese.
All’inizio degli anni Novanta, tuttavia, la Mongolia attraversò una trasformazione politica radicale. Con la rivoluzione democratica del 1989-1990 e la nuova Costituzione del 1992 venne garantita la libertà di religione. In quel clima di apertura accadde qualcosa di inatteso: gli spiriti tornarono.
Molti mongoli iniziarono a riscoprire tradizioni che sembravano perdute. Secondo il ricercatore giapponese Ippei Shimamura, i primi anni di questo fenomeno furono caratterizzati da una vera e propria “pandemia sciamanica”: un improvviso aumento di persone che si dichiaravano sciamani o cercavano di diventarlo. In alcuni casi ciò era legato alla cosiddetta “malattia sciamanica”, una condizione che nella tradizione mongola si manifesta con disturbi fisici o psicologici e che può essere risolta solo accettando la chiamata degli spiriti.
In quegli anni emersero nuove associazioni sciamaniche e centri rituali, non solo nelle regioni più remote ma anche nella capitale. Lo sciamanesimo iniziò così a spostare il proprio epicentro verso la città, entrando in contatto con una società in rapido cambiamento.
Oggi la Mongolia conta migliaia di sciamani, anche se il numero esatto rimane incerto. Alcuni operano ancora nelle comunità nomadi della steppa, altri conducono rituali in appartamenti o centri spirituali urbani. Molti mongoli consultano uno sciamano per questioni di salute, problemi familiari o decisioni importanti della vita.
Questa rinascita non è stata priva di contraddizioni. Negli anni Duemila il fenomeno ha attirato anche opportunisti e falsi sciamani, suscitando dibattiti pubblici sulla credibilità delle pratiche spirituali. Col tempo, tuttavia, il movimento si è progressivamente organizzato attraverso associazioni e codici etici che cercano di distinguere tra praticanti autentici e impostori.
A distanza di trent’anni dalla fine del socialismo, lo sciamanesimo continua a trasformarsi. Accanto ai rituali tradizionali compaiono nuove forme di trasmissione del sapere: registrazioni audio e video dei rituali, gruppi di discussione online, centri di formazione per apprendisti sciamani. La tecnologia entra così in dialogo con una delle tradizioni spirituali più antiche della regione.
In un Paese che ha attraversato imperi, rivoluzioni e globalizzazione, il ritorno dello sciamanesimo racconta qualcosa di più di una semplice rinascita religiosa. È il segno di un legame profondo con il passato, con gli antenati e con il paesaggio immenso della steppa.
E mentre il tamburo continua a battere, tra il fumo delle erbe sacre e il silenzio del cielo mongolo, gli spiriti sembrano ricordare che la storia di un popolo non smette mai davvero di parlare.




