Quando si chiude il rubinetto del mondo

La decisione dell’Iran di chiudere lo Stretto di Hormuz segna un passaggio senza precedenti nell’escalation militare in Medio Oriente. La notizia, rilasciata dai media e confermata dai Pasdaran, arriva a seguito dell’attacco condotto da Stati Uniti e Israele contro obiettivi a Teheran e rappresenta un balzo in avanti in uno scenario di crisi che si prospetta lungo e dagli effetti potenzialmente devastanti per l’economia mondiale.
Lo stretto di Hormuz è il principale punto di strozzatura marittimo del pianeta. Questo corridoio largo appena 33 chilometri nel suo punto più stretto, con rotte navigabili di circa tre chilometri per senso di marcia, collega il Golfo Persico ai mercati globali. Attraverso questo “imbuto” transita circa il 20% dell’offerta mondiale giornaliera di petrolio e una quota analoga di gas naturale liquefatto (Gnl), diretto principalmente verso economie asiatiche come Cina, India e Giappone. Un’interruzione prolungata del traffico comporterebbe inevitabilmente un forte aumento dei prezzi dell’energia.
Il Dipartimento dei Trasporti statunitense ha già raccomandato alle navi commerciali di evitare non solo lo Stretto di Hormuz ma tutte le aree caratterizzate da “significativa attività militare”, inclusi il Golfo Persico, il Golfo di Oman e il Mar Arabico. Le imbarcazioni con bandiera o proprietà statunitense, inoltre, devono mantenere una distanza di sicurezza di 30 miglia nautiche dalle unità militari Usa per evitare incidenti o fraintendimenti –segnali evidenti di un clima di massima tensione.
Secondo Edward Fishman, direttore del Center of Geoeconomic Studies presso il Council on Foreign Relations, una chiusura prolungata dello Stretto determinerebbe un sostanziale rialzo del prezzo del petrolio. I mercati, già scossi dall’instabilità geopolitica, potrebbero reagire con immediate impennate delle quotazioni. Già alla riapertura delle contrattazioni si prevede un aumento significativo di petrolio e gas, con il rischio concreto di una nuova crisi energetica su larga scala.
Le conseguenze non si limiterebbero al greggio. Goldman Sachs stima che un blocco di un mese potrebbe far più che raddoppiare i prezzi del gas naturale in Europa, con aumenti fino al 130% per il Gnl asiatico, spingendo le quotazioni fino a 25 dollari per milione di unità termiche britanniche. Circa un quinto del commercio globale di Gnl, proveniente in larga parte dal Qatar, attraversa infatti questo snodo strategico. L’impatto sugli Stati Uniti sarebbe probabilmente più contenuto, dato che Washington è un grande esportatore netto di Gnl e dispone di impianti che già operano a pieno regime.
Non va inoltre sottovalutato l’effetto sulle filiere agricole. Secondo il sito di analisi The Conversation, un terzo del commercio mondiale di fertilizzanti passa attraverso lo Stretto di Hormuz. Le catene di approvvigionamento energetiche e alimentari, già destabilizzate dalla guerra in Ucraina, rischierebbero un ulteriore shock. L’aumento dei costi energetici si tradurrebbe rapidamente in pressioni inflazionistiche diffuse, con ricadute su prezzi al consumo, trasporti e produzione industriale.
Per Teheran, la chiusura dello Stretto rappresenta una potente arma geopolitica. Non è la prima volta che l’Iran minaccia o attua parziali interruzioni del traffico marittimo come strumento di deterrenza, ma una chiusura integrale non si era mai verificata –anche perché economicamente controproducente per lo stesso Paese. Tuttavia, in un contesto in cui il regime percepisce una minaccia alla propria sopravvivenza, la logica dei costi e benefici può lasciare spazio a scelte estreme.
Se da un lato Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti dispongono di oleodotti alternativi in grado di aggirare parzialmente lo Stretto, dall’altro una “guerra del petrolio” prolungata rischierebbe di produrre danni difficilmente reversibili. Innescare un’impennata dei prezzi dell’energia significherebbe aumentare immediatamente i costi economici (e politici) del conflitto per Stati Uniti, Europa e Asia. La chiusura dello Stretto di Hormuz, quindi, non è solo una mossa militare: è una leva economica globale. E i suoi effetti, se la cosa dovesse protrarsi, potrebbero ridisegnare gli equilibri energetici e finanziari del pianeta.




