Un attacco Usa in Iran sembra essere sempre più vicino
L’ipotesi di un attacco statunitense in Iran sembra essere sempre più concreto. Due giorni fa, il presidente Donald Trump aveva dichiarato, infatti, che una «armada» era diretta verso il Golfo del Persico, «con l’Iran nel mirino per ogni evenienza». Le ingenti forze trasferite dagli Stati Uniti riguardano la portaerei USS Abraham Lincoln, sei navi da guerra, due sottomarini, oltre cento aerei da combattimento, decine di aerei di rifornimento e di intelligence e sistemi di intercettazione di missili balistici.
L’aiuto promesso ai manifestanti in Iran
Un aiuto statunitense era stato promesso da Donald Trump ai manifestanti iraniani, che nelle prime settimane di gennaio hanno riempito le piazze del loro Paese per protestare contro il repressivo e sanguinoso regime degli ayatollah, guidato da Ali Khamenei. In seguito al black out su internet e sulle telecomunicazioni nel Paese, il regime ha oscurato la reale dimensione delle gravi violazioni dei diritti umani e dei crimini commessi in quelle ore dalle forze di sicurezza iraniane nei confronti dei manifestanti. Secondo il Time, oltre 30mila persone potrebbero essere state uccise solo nell’arco della notte dell’8 e 9 gennaio, che potrebbe diventare per questo una delle più cruenti dell’intera storia moderna della Repubblica islamica. L’aiuto promesso da Trump non è ancora arrivato, ma le sue dichiarazioni e ora il dispiegamento di forze in Medio Oriente sta facendo crescere la tensione con Teheran.
I complessi rapporti tra Trump e la Repubblica islamica
I rapporti tra Donald Trump e l’Iran non sono mai stati buoni. Già durante il suo primo mandato, nel 2018, il tycoon aveva adottato il Joint Comprehensive Plan of Action (Jcpoa), per esercitare una pressione politica sul Paese e imporre sanzioni senza precedenti. Questo aveva causato forti attriti e portato Teheran ad attaccare le petrolifere statunitensi nel Golfo del Persico. Il secondo mandato di Trump alla Casa Bianca ha poi aggravato ulteriormente la situazione. L’appoggio a Paesi vicini come Israele e il suo sostegno militare a questi, come l’attacco statunitense ai siti nucleari iraniani nel giugno dello scorso anno, hanno portato sempre più in ebollizione i rapporti tra le due potenze.
Un equilibrio precario tra diplomazia e forze militari
La diplomazia, intanto, tenta di lavorare sul filo di questo equilibrio incerto. Secondo il quotidiano Israele Hayom, l’inviato statunitense Steve Witkoff avrebbe consegnato a Teheran un messaggio dal ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi e una garanzia scritta del presidente Masoud Pezeshkian nel tentativo di rinviare un possibile attacco contro il Paese. Tuttavia, anche l’Iran sta correndo ai ripari. Secondo fonti di intelligence regionali e occidentali, la Repubblica islamica starebbe rinforzando la propria presenza militare lungo la costa meridionale, dispiegando sistemi di difesa aerea, missili balistici, droni suicidi e sottomarini.
Al momento la situazione rimane in questo equilibrio sottile tenuto in piedi dalla diplomazia, ma minacciato dalle forze militari in campo. Dal punto di vista statunitense, sta suscitando allarme soprattutto la portaerei Lincoln che, una volta giunta nelle acque mediorientali, è entrata in “modalità fantasma”. Quest’ultimo è un termine tecnico utilizzato in ambito miliare per indicare quando i dispositivi vengono spenti e si diventa invisibili da un punto di vista elettronico.




