La partita africana tra Roma e Parigi
C’è una tentazione ricorrente, quando si osservano le mosse europee in Africa, di ridurre tutto a un gioco a somma zero. Se l’Italia avanza allora la Francia ostacola. Se Parigi si muove allora lo fa contro il Piano Mattei. È una lettura intuitiva, ma incompleta. Per capire davvero cosa sta accadendo bisogna allargare lo sguardo e tenere insieme tre dinamiche che si intrecciano. C’è il declino dell’influenza francese in Africa. C’è l’attivismo italiano che prova a occupare spazi lasciati scoperti. C’è anche il tentativo, non sempre lineare, di europeizzare questa competizione evitando che esploda in uno scontro aperto.
Il Piano Mattei nasce esattamente dentro questo spazio di frizione. Non è solo un elenco di progetti, ma un messaggio politico. Roma lo presenta come il perno di una nuova Africa policy italiana fondata su sei pilastri che vanno dall’energia alle infrastrutture, dall’agricoltura all’acqua, fino a educazione e salute. Nove Paesi pilota, distribuiti tra Nord Africa, Sahel allargato e Africa orientale, dovrebbero fare da laboratorio a un approccio che ambisce a essere replicabile. L’obiettivo strategico, dichiarato ma anche implicito, è trasformare l’Italia in un hub energetico euro-mediterraneo capace di collegare Africa, Mediterraneo ed Europa centrale.
La narrazione ufficiale insiste molto su un punto: la cooperazione tra pari. È una formula che parla agli africani, ma anche agli europei. Serve a marcare una distanza simbolica sia dal passato coloniale sia da un certo approccio di Bruxelles percepito come burocratico e paternalista. Il richiamo a Enrico Mattei non è neutro. Evoca una tradizione italiana che si racconta come alternativa alla Françafrique, più pragmatica e meno intrusiva, capace di parlare il linguaggio degli interessi reciproci. Allo stesso tempo il Piano è anche una leva intra-UE. Roma cerca di orientare strumenti come il Global Gateway e le iniziative Team Europe verso il Mediterraneo, legando sviluppo, energia e gestione dei flussi migratori alle proprie priorità strategiche.
Questo attivismo italiano si inserisce però in un contesto segnato da un arretramento francese difficile da ignorare. Tra il 2022 e il 2025 la Francia ha subito una ritirata strategica senza precedenti dal suo tradizionale pré carré saheliano. L’uscita forzata da Mali, Burkina Faso e Niger, la fine dell’operazione Barkhane e il ridimensionamento drastico della presenza militare hanno coinciso con l’avanzata di nuovi attori. La Russia, attraverso Wagner prima e l’Africa Corps poi. La Turchia, la Cina e i Paesi del Golfo, ciascuno con strumenti diversi. Non si è trattato solo di una sconfitta operativa, ma di una perdita di capitale politico. In molte società saheliane la Francia è diventata il simbolo di un ordine contestato, associato a élite screditate e a un modello di sicurezza percepito come inefficace.
Il ridimensionamento non si ferma al Sahel. Anche lungo la costa dell’Africa occidentale la presenza francese si è assottigliata. La progressiva uscita dalla Costa d’Avorio e l’ipotesi di chiudere o riconfigurare altre basi fanno sì che, a fine 2025, Parigi mantenga una presenza militare strutturata soprattutto in Gabon e a Gibuti, oltre a missioni navali nel Golfo di Guinea. Nel Maghreb, poi, il capitale politico francese è eroso da anni di rapporti difficili, soprattutto con l’Algeria. Analisi europee e africane parlano apertamente di un arretramento significativo e di una Francia sempre più spesso messa ai margini da partner che cercano alternative.
È in questi vuoti che l’Italia prova a inserirsi. L’asse Algeria e Italia è il caso più evidente. In pochi anni ENI e Sonatrach hanno ampliato in modo significativo la cooperazione su gas, idrogeno e rinnovabili. L’Italia è diventata il principale partner energetico europeo di Algeri, superando di fatto la Francia e collegandosi al grande corridoio SoutH2 verso Austria e Germania. La crisi russo-ucraina ha accelerato questo processo e ha dato a Roma una leva geopolitica immediata. Per molti osservatori è stato in quel momento che l’Italia ha scavalcato Parigi nel Mediterraneo centrale, trasformando l’Algeria in uno snodo chiave della diversificazione energetica dell’Unione.
Studi italiani e francesi riconoscono che il Piano Mattei si muove in un contesto di rivalità con la Francia, anche se raramente dichiarata. Roma cerca di capitalizzare il malcontento verso l’ecosistema franco-africano, proponendosi come partner meno ingombrante, soprattutto nel Maghreb e nei Paesi saheliani più critici verso Parigi. È una strategia che combina diplomazia economica, infrastrutture e presenza industriale, più che intervento militare diretto.
In questo quadro l’attivismo francese appare meno come una manovra anti-Mattei e più come una risposta difensiva. La dottrina ufficiale di Parigi parla di ripensare la postura strategica in Africa occidentale. Meno grandi operazioni militari e più cooperazione, formazione e missioni di capacity-building. Sul piano diplomatico ed economico la Francia tenta di recuperare terreno in Nord Africa con visite presidenziali, iniziative culturali e tentativi di reset con Algeri. Ma molte analisi mostrano risultati limitati e una tendenza dei partner a diversificare, guardando a Italia, Turchia, Cina e Golfo.
C’è poi una dimensione più sottile, ma politicamente sensibile. Fonti europee segnalano l’ambivalenza francese verso iniziative UE a guida italiana in Africa. Sostenere apertamente un piano che porta il nome di Mattei, figura associata alla contestazione del colonialismo francese in Algeria, non è semplice per Parigi. Il richiamo all’eredità di Mattei, terzomondista e anti-coloniale, è percepito come una frecciata implicita al passato francese. Policy paper di entrambi i Paesi parlano senza troppi giri di parole di rivalità, soprattutto nel Maghreb, dove la proiezione italiana in Algeria e Tunisia viene letta come un tentativo di sostituire la centralità francese nelle relazioni euro-africane.
Eppure, proprio qui emerge il terzo livello della storia. Parallelamente alla competizione si muove un processo di europeizzazione del Piano Mattei. L’allineamento con il Global Gateway e la retorica Team Europe riducono lo spazio per uno scontro frontale. La rivalità non scompare, ma si sposta all’interno dell’Unione, diventando una competizione sulla definizione delle priorità europee in Africa. Non più chi blocca chi, ma chi orienta risorse, narrative e progetti.
Letta così, la partita africana tra Italia e Francia non è un duello lineare. È un intreccio di declino e ascesa, di adattamenti forzati e ambizioni nuove, in cui il Piano Mattei funziona insieme da catalizzatore e da terreno di mediazione. Per chi si interessa di relazioni internazionali la lezione forse più interessante è questa. In un’Europa che fatica a parlare con una sola voce, la competizione interna non è un’anomalia. È una delle modalità attraverso cui si ridefinisce la politica estera comune.




