Un bivio strategico tra Mediterraneo e Indo-Pacifico
L’Italia si trova oggi di fronte a un bivio strategico decisivo. Continuare a concentrare risorse, capitali politici e capacità militari sul Mediterraneo allargato, naturale baricentro degli interessi nazionali, o iniziare a investire in misura crescente nell’Indo-Pacifico, dove la competizione tra Cina e Stati Uniti sta ridefinendo le gerarchie economiche, tecnologiche e di sicurezza a livello globale.
Il Mediterraneo allargato rimane al centro degli interessi strategici dell’Italia. Non si tratta solo di uno spazio geografico, ma di un ecosistema integrato in cui convergono difesa, energia, logistica, turismo e industria avanzata. Attraverso di esso transitano rotte commerciali vitali per l’export manifatturiero e vi si snodano infrastrutture critiche, quali gasdotti, oleodotti e cavi sottomarini, che sostengono l’approvvigionamento energetico e la digitalizzazione del Paese.
La sicurezza di questo “mare nostrum” è dunque prima di tutto una necessità economica. Qualunque incidente in quest’area, un sabotaggio a un gasdotto, un’interruzione del traffico marittimo o un attacco ibrido a cavi o porti, ha un impatto immediato sulle filiere produttive, sui servizi, sui prezzi dell’energia e sui margini d’impresa. Per un’economia come quella italiana, che basa la propria crescita sull’export e dipende dalle importazioni energetiche, il Mediterraneo rappresenta una vera e propria infrastruttura abilitante.
Costruire una presenza credibile nel Mediterraneo significa investire in infrastrutture integrate, in competenze marittime e in una gestione del bilancio pubblico che crei effetti moltiplicativi lungo le catene del valore.
Negli ultimi anni, iniziative come il Piano Mattei per l’Africa o i formati di cooperazione regionale, come il Dialogo 5+5 Difesa nel Mediterraneo occidentale, hanno dimostrato che la dimensione marittima, energetica e di sicurezza sono sempre più intrecciate. In quest’area, la politica estera, la politica industriale e la politica di difesa funzionano come vasi comunicanti.
Nell’Indo-Pacifico, invece, la strategia italiana è ancora in fase di definizione. Negli ultimi anni si è iniziato a parlare di un possibile “Italy’s pivot to Asia”, un cambio di prospettiva che implica l’apertura di un secondo fronte di attenzione strategica. Questo perché l’Indo-Pacifico è sempre più il laboratorio della nuova globalizzazione, dove si concentra una quota crescente della domanda mondiale, della capacità tecnologica e della competizione strategica fra grandi potenze.
Gli interessi nazionali nell’area si articolano soprattutto sul piano economico-industriale su tre assi fondamentali. Il primo è l’accesso alle filiere e ai mercati asiatici più dinamici, dove si giocano partite decisive per quanto riguarda i semiconduttori, l’elettronica avanzata, la tecnologia verde e le infrastrutture digitali. Il secondo asse riguarda invece il posizionamento industriale e tecnologico del sistema produttivo italiano, in particolare nei settori ad alto contenuto di know-how quali cantieristica, elettronica per la difesa, sistemi dual use e servizi di ingegneria complessa. Infine, il terzo asse riguarda la costruzione di una reputazione affidabile presso partner e alleati in un contesto in cui il friend-shoring e il de-risking stanno ridefinendo le mappe produttive e le scelte di investimento.
Si tratta di una logica diversa da quella utilizzata nell’area mediterranea. Un presidio meno continuativo e con più arbitraggio, con meno presenza “di vicinato” e più di selettività.
La presenza della Marina Militare nell’Indo-Pacifico non segue quindi il modello permanente di Paesi come Francia e Regno Unito, che possono contare su territori d’oltremare e infrastrutture fisse. Piuttosto, assume la forma di una strategia “a finestra” quali missioni navali mirate, partecipazione a operazioni di sicurezza marittima, esercitazioni congiunte e programmi di cooperazione industriale e tecnologica. Queste presenze sono episodiche, ma pensate per lasciare un segno politico: costruire relazioni operative che possano essere riattivate quando necessario.
La relazione con la Cina è al centro dell’impegno italiano nell’Indo-Pacifico e condiziona la postura nazionale nell’intera regione. La strategia attuale tende verso un pragmatismo selettivo. Evitare dipendenze non reversibili nei nodi critici delle catene del valore, come le infrastrutture digitali, le tecnologie sensibili e la componentistica strategica, e, al tempo stesso, orientare la cooperazione verso ambiti in cui il rafforzamento delle competenze italiane e la tutela della proprietà intellettuale siano garantiti.
In questo contesto, la dimensione europea agisce sempre più come moltiplicatore negoziale. Strumenti comuni di screening degli investimenti, politiche industriali coordinate e iniziative congiunte nel campo delle infrastrutture e della connettività, dalla Global Gateway alle partnership regionali, permettono all’Italia di presentarsi non come attore isolato, ma come parte di un blocco regolatorio e industriale con maggiore capacità di influenza.
La domanda che sorge spontanea è dunque la seguente: dove dovrebbe allocare l’Italia le proprie risorse limitate? Ogni settimana di presenza nell’Indo-Pacifico comporta costi logistici significativi. Queste risorse, per definizione, vengono sottratte alla vigilanza nel Mediterraneo, proprio mentre quest’ultimo resta esposto a crisi ricorrenti, minacce ibride e shock energetici.
Il Mediterraneo richiede una presenza strutturale, continua e pronta ad assorbire shock e crisi improvvise, come le tensioni sulle coste nordafricane, le crisi migratorie, le minacce alle infrastrutture energetiche e digitali e l’instabilità in Medio Oriente che si ripercuote sulle rotte marittime. L’Indo-Pacifico, invece, deve essere considerato come una risorsa strategica, caratterizzato da missioni selezionate, progetti industriali e tecnologici mirati e esercitazioni che aumentano reputazione, valore politico e opportunità per le imprese, senza inseguire l’irrealizzabile miraggio di un presidio permanente insostenibile.
Per l’Italia, dunque, non si tratta di giocare su due scacchieri puntando sulla quantità, ma di concentrare l’attenzione sulla qualità delle presenze, sulla coerenza tra azione e bilancio e sulla capacità di trasformare ogni missione in un investimento concreto per la propria sicurezza economica e reputazione globale.
La sfida consiste proprio nel trovare questo equilibrio, trasformare la scarsità di mezzi in scelte selettive e mirate che rafforzino la posizione dell’Italia nel Mediterraneo e, allo stesso tempo, mostrino la capacità e la volontà di sviluppare una presenza credibile anche nell’Indo-Pacifico.




