Nell’universo di Kurosawa. Il maestro del cinema giapponese
Akira Kurosawa riportava, con le seguenti parole, il suo amore per l’arte cinematografica: “Il cinema racchiude in sé molte altre arti; così come ha caratteristiche proprie della letteratura, ugualmente ha connotati propri del teatro, un aspetto filosofico e attributi improntati alla pittura, alla scultura, alla musica”.
Nato il 23 marzo 1910 a Ōimachi, nel distretto di Ōmori a Tokyo, Akira Kurosawa era l’ultimo di otto fratelli di una famiglia dalle radici nobili nella prefettura di Akita. Il padre, uomo rigoroso, mostrava una forte influenza sul regista promuovendo in particolare la cura e la disciplina per l’esercizio fisico. All’età di sei anni, incoraggiato dall’apertura alla cultura occidentale, veniva introdotto alle rappresentazioni teatrali e cinematografiche. Durante la scuola elementare, motivato dall’ insegnante Tachikawa, sviluppò una profonda dedizione per il disegno, interesse che lo accompagnerà per tutta la sua vita.
“Talvolta lo paragonano a me [riferendosi ad Hayao Miyazaki N.d.A.]. Mi dispiace per lui perché lo abbassano di livello” (Akira Kurosawa)
Nel corso della sua infanzia, Akira conoscerà il suo prezioso amico, Keinosuke Uegasa, futuro scrittore e suo collaboratore. Figura centrale fu sicuramente suo fratello maggiore Venti Heigo, con il quale poteva discutere animatamente intorno ai classici della letteratura giapponese, inglese e russa, da Shakespeare fino a Dostoevskij. All’inizio degli anni venti, Heigo trovò lavoro come Benshi, un commentatore che, posizionato in piedi vicino ad uno schermo, aveva il compito di fornire al pubblico, durante la proiezione di film muti (occidentali e giapponesi), una quanto più precisa narrazione orale. L’ impiego di Heigo permise ad Akira di assistere, nelle sale affollate di Tokyo, alle maggiori opere cinematografiche dell’epoca. Tuttavia, a causa dell’arrivo del cinema sonoro, il lavoro del commentatore Benshi scomparve gradualmente, portando alla dolorosa scomparsa del fratello, nel 1933. Due anni più tardi, abbandonato il futuro da pittore, Akira venne assunto come assistente alla regia dallo studio cinematografico Photo Chemical Laboratories, ora conosciuto come il grande studio Toho. Dei suoi 24 film realizzati come assistente, 17 furono diretti sotto la guida del regista Kajirō Yamamoto. Quest’ ultimo lo nominò terzo assistente alla regia e in seguito vicedirettore. Seguendo le indicazioni del suo maestro, Akira apprese l’importanza di una buona sceneggiatura decidendo così di scrivere di propria mano tutti i suoi film e,perché no? Di fornire le sceneggiature anche ad altri registi.
“Gli esseri umani non sono in grado di essere onesti con sé stessi su sé stessi. Non riescono a parlare di sé stessi senza farne un romanzo. Questa sceneggiatura [riferendosi al film Rashomon, N.d.A.] ne è un ritratto” (Akira Kurosawa)
1942, un anno dopo l’attacco giapponese di Pearl Harbour, il romanziere Tsuneo Tomita pubblicava il suo libro di Judo (ispirato al celebre spadaccino, Musashi Miyamoto), destinato a diventare il primo film di successo di Kurosawa. Assicurati i diritti e iniziate le riprese, la produzione procedette veloce, senza intoppi, portando in sala, superata la censura, Sanshiro Sugata. Con il secondo dopoguerra, andarono in scena i grandi lavori del regista, da Non rimpiango la mia giovinezza (1946) a L’ angelo Ubriaco (1948), interpretato egregiamente dall’ esordiente Toshirō Mifune, il John Wayne del Giappone. L’ immagine rappresentava un documento fondamentale per la vita e la situazione spirituale del popolo giapponese che tentava di riprendersi dalla drammatica sconfitta.
Il 7 luglio del 1950, vennero avviate le prime riprese del film che aprì a Kurosawa il palcoscenico internazionale: dopo un faticoso lavoro di localizzazione nella foresta di Nara, Rashomon fu terminato. Presentato per la prima volta al Teatro Imperiale di Tokyo, accolto da modeste recensioni, ottenne il Leone d’Oro alla mostra del cinema di Venezia.
“Rashomon fu la porta attraverso la quale entrai nel mondo del cinema internazionale” (Akira Kurosawa)
Alternando film moderni ed in costume, dopo Vivere(1952) e L’ Idiota(1951), Kurosawa esplorò i secoli bui del medioevo dando vita al capolavoro epico de I sette samurai. In seguito all’ esperienza in Unione Sovietica (Dersu Urzala, 1975), il cineasta dirigerà il film del 1980 Kagemusha – L’ombra del guerriero, co-prodotto da Francis Ford Coppola e Geoge Lucas, aggiudicandosi la Palma d’Oro.
Tinte più intime e introspettive, quasi autobiografiche, andranno a colorare i suoi ultimi film, tra i quali, si ricordano: Sogni (1990) e Rapsodia in Agosto (1991).
Inquadrature equilibrate e tocchi pittorici caratterizzavano le opere cinematografiche di Kurosawa, realizzando numerosi modelli d’ispirazione per noti registi come George Lucas, Sergio Leone, Clint Eastwood e John Sturges. Kurosawa disegnava sfondi evocativi capaci di coniugare l’Oriente con l’Occidente, raccogliendo l’estetica del teatro Kabuki e Nō con lo stile di derivazione europea e anglosassone: ci si allontanava un po’ dalla tendenza naturalistica per abbracciare uno stile alla John Ford. Brillanti composizioni visive, combinazioni di temi filosofici e storici giapponesi, uso frequente di trame di derivazione occidentale, si mescolano e confluiscono nei racconti di un ultimo commentatore venuto dall’Oriente.
“La famiglia da cui discendo è caratterizzata a quanto sembra da un’emotività e da un’irrazionalità eccessive. Noi Kurosawa siamo stati sovente lodati per la sensibilità e il buon cuore, ma io direi che abbiamo nel sangue una buona dose di sentimentalismo e di assurdità.” (Akira Kurosawa)




