SCO a Tianjin: Putin sul palcoscenico del multipolarismo
Non capita spesso di vedere tanti leader sotto lo stesso tetto senza la bandiera dell’ONU a fare da cornice. Eppure a Tianjin, tra il 31 agosto e il 1° settembre, la Shanghai Cooperation Organization (SCO) ha messo in scena il suo vertice più imponente, riunendo Xi Jinping, Narendra Modi, Recep Tayyip Erdoğan, i rappresentanti di Paesi dell’Asia Centrale e soprattutto Vladimir Putin. L’evento è stato presentato come una prova di vitalità del multipolarismo, un’alternativa ai fori dominati dall’Occidente.
Per il Cremlino, era molto più di una semplice trasferta diplomatica. Dopo due anni e mezzo di guerra in Ucraina e di isolamento parziale a livello internazionale, la presenza di Putin a un summit di queste dimensioni – accolto ufficialmente e non relegato a videocollegamenti o visite bilaterali di basso profilo – aveva il sapore di una legittimazione. Non una vittoria militare, ma un trionfo simbolico: Mosca è ancora un attore globale, riconosciuto e fotografato accanto a Xi, Modi e Erdoğan.
Putin e la retorica del “nuovo ordine”
Il presidente russo non ha perso l’occasione per ribadire il messaggio che da mesi ripete nei suoi discorsi: la necessità di un “ordine multipolare più giusto”, in contrapposizione al sistema che definisce “egemonico e discriminatorio”, guidato dagli Stati Uniti e dai loro alleati europei. La SCO, secondo Putin, sarebbe la piattaforma ideale per incarnare questa svolta storica: cooperazione tra popoli, rispetto delle sovranità, rifiuto delle sanzioni come strumento politico.
Parole già sentite, ma pronunciate davanti a un pubblico internazionale e non entro i confini russi. La differenza non è di poco conto: il Cremlino ha bisogno di mostrare ai propri cittadini che l’isolamento è relativo, che esistono spazi alternativi, che Mosca ha ancora amici influenti. Per questo, la foto di Putin a fianco di Xi e Modi vale più di cento comunicati.
La SCO come vetrina, non come officina
Eppure, al di là delle immagini, i contenuti restano evanescenti. Il vertice ha prodotto i consueti comunicati solenni, pieni di richiami all’amicizia, al rispetto reciproco e alla cooperazione. Ma quando si tratta di tradurre i principi in azioni concrete, l’aria si fa rarefatta.
La cosiddetta “Shanghai spirit” – il motto che dovrebbe rappresentare il cuore della SCO – resta più un’etichetta che un progetto politico coerente. Non sono stati annunciati nuovi programmi di sicurezza comuni, né accordi vincolanti sul piano economico. Si è parlato di “rafforzare la cooperazione energetica”, “promuovere il commercio”, “creare nuove sinergie tecnologiche”. Tutto molto solenne, niente di vincolante.
In altre parole: la SCO resta un palcoscenico affollato, ma non una vera officina di politiche condivise. Ogni membro porta al tavolo i propri interessi, spesso divergenti, e alla fine si accontenta di dichiarazioni di principio.
Modi, Xi e la danza degli equilibri
Un punto di particolare interesse è stato il ritorno di Narendra Modi in Cina, per la prima volta dal 2018. La relazione tra Delhi e Pechino è stata logorata da anni di tensioni di confine, culminate negli scontri armati del 2020. Che Modi abbia scelto la SCO per riapparire accanto a Xi non significa una riconciliazione immediata, ma è un segnale che l’India non vuole rinchiudersi in un solo campo.
Allo stesso tempo, Modi non ha rinnegato i rapporti con Washington. Il suo gioco resta quello del doppio binario: coltivare i legami con gli Stati Uniti e i partner del Quad, ma mantenere aperti i canali con Mosca e Pechino. Una strategia che rafforza il peso dell’India come attore autonomo, indispensabile in ogni configurazione.
Per Xi Jinping, ospitare il vertice a Tianjin serviva a mostrare che la Cina non è isolata, nonostante le tensioni commerciali con Trump e l’Occidente. L’arrivo di Putin ha completato il quadro: l’asse sino-russo è vivo, anche se resta difficile stabilire chi dei due partner detti davvero l’agenda.
Erdoğan e il ruolo dei “pontieri”
Non meno significativa la presenza di Recep Tayyip Erdoğan. La Turchia non è membro a pieno titolo della SCO, ma partecipa come partner di dialogo. La sua comparsa a Tianjin ribadisce la linea di Ankara: oscillare tra NATO e blocchi alternativi, offrendo la propria mediazione quando conviene, capitalizzando su tutti i tavoli. Anche in questo caso, più immagine che sostanza, ma sufficiente a rafforzare il messaggio che la SCO non è un club chiuso.
Putin e la questione ucraina
Sul piano concreto, il discorso di Putin non ha offerto alcuna apertura sul conflitto in Ucraina. Anzi, il presidente russo ha ribadito che “la realtà sul terreno deve essere riconosciuta”, formula che suona come una rivendicazione delle annessioni territoriali. Nessuna menzione a negoziati, nessun cenno a concessioni.
La SCO, quindi, non è diventata un terreno per aprire spiragli di pace, ma una cassa di risonanza per la posizione russa. Un palco su cui dire, davanti a platee non occidentali, che Mosca non intende arretrare.
Multipolarismo: progetto o illusione?
Il nodo centrale resta questo: la SCO può davvero trasformarsi in un’alternativa credibile all’ordine internazionale dominato dall’Occidente? Al momento, i fatti dicono di no. Non ci sono istituzioni comuni forti, non c’è un sistema di difesa collettiva paragonabile alla NATO, non c’è una moneta alternativa in grado di minare il dollaro. Ci sono, piuttosto, una serie di dichiarazioni solenni e la volontà di dimostrare che “qualcosa si muove”.
In questo senso, il summit di Tianjin ha avuto un grande valore scenico e un modesto impatto sostanziale. Ha mostrato Putin accanto a Xi e Modi, ha dato visibilità all’idea di multipolarismo, ma ha lasciato intatte tutte le ambiguità e le contraddizioni interne.
Un manifesto senza progetto
Alla fine, il vertice SCO di Tianjin somiglia a un manifesto politico più che a un’agenda operativa. Putin può rivendicare di non essere isolato, Xi può mostrare che la Cina è al centro di una rete di partner, Modi può sottolineare la propria autonomia. Tutti vincono in termini di immagine, nessuno porta a casa impegni concreti.
Il multipolarismo resta così un’aspirazione più che una realtà. Se la SCO riuscirà un giorno a trasformarsi da palcoscenico in officina, lo diranno i prossimi vertici. Per ora, Tianjin è stata soprattutto la conferma di una linea: molte fotografie, molte parole, poche certezze.




