GERD Etiopia: sviluppo tra ricchezza e prepotenza
C’è una regola nell’ordine naturale delle cose che sembra governare l’andamento della nostra esistenza, congenito alla natura umana e lungi dallo sradicarsi, per lo meno nel breve periodo: la legge del più forte. Potremmo viaggiare indietro nel tempo e rivivere ogni epoca della storia umana ed animale, ma tutte le esperienze sarebbero in fin dei conti permeate di questa semplice e crudele regola che lascia appena spazio ad una etichetta di diplomazia ed eguaglianza, maschera grottesca dietro la quale si cela sempre e comunque lo spettro della forza. Nello scenario internazionale contemporaneo i riferimenti sono fin troppo semplici, specie in virtù dell’attenzione mediatica che si ciba ad oggi delle guerre-show per gli occidentali, ma può essere interessante per un momento guardare al continente africano, nel quale i rapporti di forza sono modalità ordinaria di interrelazioni tra Stati – senza in ciò distinguersi dal civilizzatissimo Occidente – ma, contrariamente a quest’ultimo, il tutto avviene alla luce del sole, senza l’ipocrisia di una sceneggiatura spacciata per diplomazia. L’attenzione si pone allora sul Corno d’Africa, in particolare sull’Etiopia, che già da tempo ha attirato su di sé l’attenzione per una delle più grandi opere idriche che il continente – come d’altronde l’intero globo – si sta accingendo ad ospitare. Il suo nome è GERD, acronimo di Grand Ethiopian Renaissance Dam, una diga che con i suoi 5000 megawatt, potrebbe infatti raddoppiare la produzione nazionale di elettricità, sinora sufficiente a soddisfare la domanda di circa metà dei 120 milioni di abitanti del Paese. Gli aspetti tecnici di questa opera non sono però oggetto di interesse in questa sede, rimandando al link ( https://www.2duerighe.com/esteri/186724-gerd-la-diga-del-rinascimento-etiope.html)per la trattazione; piuttosto è opportuno soffermarsi sul braccio di ferro che l’Etiopia sta da anni portando avanti con l’Egitto e, seppur in maniera attenuata, con il Sudan, in virtù delle conseguenze indesiderabili che l’opera cagionerà a cascata ai due Paesi che si sviluppano lungo le sponde del Nilo. È l’Egitto a pagare il prezzo più alto, considerando che tutte le principali città si sviluppano proprio lungo il fiume, e la costruzione della diga può assestare un colpo potenzialmente mortale ad un Paese che si poggia proprio su quelle acque. I negoziati sono andati avanti per anni, ma la guida etiope non si è mai realmente mostrata pronta ad incontrare le esigenze dei vicini egiziani, forse troppo concentrata sulla portata storica per il proprio popolo di un vero e proprio miracolo ingegneristico. Eppure gli effetti negativi ci sono e non sono affatto irrilevanti; è vero che la diga può colmare larga parte del gap energetico del Paese etiope, dove oltre la metà della popolazione si trova ad oggi in assenza di elettricità, ma se questo avviene a discapito di altri civili, ci si chiede allora quale sia il prezzo che si è disposti a pagare per il proprio benestare. Uno scontro che non è certo uno scandalo nel contesto africano, in cui la frammentazione ha macchiato di sé la storia del continente, restituendo l’immagine di debolezza che gli europei hanno ben saputo sfruttare nel corso dei secoli. Che sia allora servito da monito, nonostante il paragone europeo mostra come la solidarietà tra Stati sia poco più di una rappresentazione teatrale, in cui gli interessi nazionalisti muovono realmente le pedine sulla grande scacchiera europea. Auspichiamo allora che questa diga possa essere occasione di proliferazione e progresso non solo per l’Etiopia, ma per l’intero Corno d’Africa ed i Paesi limitrofi, seguendo una scia di unità che sola può valere come fondamento di uno sviluppo africano, economico e sociale, tale da restituire al popolo condizioni di vita all’altezza della ricchezza delle proprie terre.




